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Herbert, l’inutile isteria

Commedia tra le più portate in scena di Neil Simon, l’autore statunitense maggiormente rappresentato al mondo, ‘Un giardino di aranci fatto in casa’ vanta un numero altissimo di allestimenti. Con la storia di Herbert, sceneggiatore fallito e mantenuto da una truccatrice cinematografica (Steffy) la cui vita assume una svolta improvvisa allora che Libby, la figlia dimenticata, irrompe nella sua vita, si sono misurati i grandi nomi. Ma pure debuttanti, promesse e giovani ambiziosi non disdegnano giocarsi qualcosa affrontando la stessa prova. Domenica scorsa al Forma era in cartellone un allestimento Nikolaus Production. Antonio Bellino interviene sul testo con qualche adattamento, anche per svecchiarlo (la commedia debuttò nel 1979) e renderlo più vicino al nostro gusto. Ugualmente quest’opera si conferma lavoro tipicamente a stelle e strisce, una di quelle cose dove l’emozione è pianificata con efficienza industriale. Emozione che lo spettatore, non restandone impregnato, non si porta a casa ; la consuma sul posto, lasciandone le briciole in platea. Ma questo è in generale il limite di (quasi) tutta la cultura USA. Lo sforzo di Nikolaus Production, poi, rappresenta una sfida doppia, mal accordandosi la superficialità acquosa della commedia brillante americana anche quando tocca temi delicati, col diverso e forse superiore ‘sentire’ dell’interprete italiano. A meno che una regia comme-il-faut non intervenga a smorzare l’attrito. Ovvero quanto in questo allestimento non avviene. Per esempio, il buon Lorenzo D’Armento, che in circostanze diverse abbiamo visto lavorare meglio, è chiamato a enfatizzare l’insicurezza di un uomo fragile secondo le peggiori modalità da Actor’s Studio, il laboratorio per la formazione del mestiere dell’attore con sede a New York fondato nel dopoguerra da Elia Kazan. Disciplinatamente D’Armento si adatta alla consegna e, agitato ben oltre il necessario, sforna un personaggio innaturale, una sorta di Woody Allen che sembra fare il verso a De Niro. Lo stesso D’Armento però convince nei rari momenti in cui il pathos, prendendogli la mano, gli strappa la maschera isterica e gli regala oasi di onesto teatro. Forse perché pressate meno, ma non per questo non condizionate dall’inconveniente sopra esposto, Tiziana Gerbino e Lucrezia Rossetti sono più libere di esprimersi. La prima lo fa attingendo ad un fascino ora maturo, la seconda si cala con generosità nella parte pur senza trovare nel partner il giusto stimolo. E guarda caso le cose vanno meglio per entrambe quando la scena è tutta femminile, sia in fase di contrasto che di complicità. Degno di nota infine il lavoro di Rosa Lorusso e Angela Varvara (scene e costumi) e di Vincenzo Mascoli (opere pittoriche). Luci e fonica : Giuseppe Dentamaro. – Questa sera la stessa compagnia torna in scena, ma al Teatro Di Cagno, con altro spettacolo interpretato da Ornella Ceci : ‘Non solo donne – tra mito e realtà’.

Italo Interesse

 

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