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“Ho fatto il nido sul tuo petto”

In poesia le opere prime si somigliano un po’ tutte. Come un cucciolo svezzato che per la prima volta si aggiri in solitudine tra gli spazi di quello che sarà il suo habitat, così, tra l’eccitato e il curioso, l’autore al suo debutto vaga qua e là, sonda, fiuta, cerca, sperimenta… In questa irresistibile espressione d’esuberanza va da sé che ogni silloge d’esordio sia priva d’un fil rouge, di un tema dominante, di un ‘colore’ di prevalenza. Non sfugge alla regola ‘Gli occhi di Giotto’ di Maria Pia Latorre, ultimo ‘fresco di stampa’ dei Poeti La Vallisa. Diviso in due frazioni, ‘Barlumi cobalto’ e ‘Orizzonti oltremare’, l’agile volumetto raccoglie cinquantasei liriche che corrispondono ad altrettanti sguardi gettati ora in sé, ora attorno a sé. L’amore, l’incanto della natura, il sogno, il ricordo. la spersonalizzazione del presente globale, il mare, l’inquietudine e la delusione sono i temi in gioco. In ‘Gli occhi di Giotto’ le parole “scappano da tutte le parti / come sogni scomposti” (‘Scrivere’). E le parole – spiega l’Autrice nella  breve premessa – “saltano, rimbalzano, s’appoggiano, caracollano sopra fili sospesi” ; sono parole che “detonano nella testa, che non lasciano andare, che richiamano, che tornano a distanza di tempo, che alimentano un’idea. Alcune di esse si sono fermate qui”. E qui, cioè nel libro della Latorre, le parole costruiscono come un rifugio montano dal quale “contemplare la vita, intanto che essa ci appare ogni giorno più debole e folle” (ancora dalla premessa). Eppure, all’interno dello stesso massacro quotidiano dove l’uomo assomiglia a un codice a barre e dove ogni vissuto è una balla di “vita-straccia”, forse per caso, forse per errore, la vita trova come farsi perdonare. Se non è l’amore (“Ho fatto il nido sul tuo petto”), è la natura ad aprire squarci di profonda seduzione : “terra a solchi di pane”, “mare castagna”, “lo scrigno di nuvola”… Sono queste le fonti da cui sognatori e visionari traggono linfa, per cui lasciandosi dietro una scia di “aliti di sogni / e deliri di desideri”, “corrono a braccare la notte / e prima d’essere scoperti / salgono a tintinnare le stelle”. Devono farlo perché hanno i loro nemici, i ladri di anime, il ladri d’umanità “che vagano famelici. / Ignoratene la bramosia / annientatene gli effetti!”… ‘Gli occhi di Giotto’ (Giotto è il nome dell’amato cane della Latorre) è opera generosa che svela qua e là guizzi felici. E dove il verso si manifesta acerbo o non valorizzato, se ne percepisce la potenzialità di crescita. ‘Gli occhi di Giotto’ ha raccolto i consensi anche di Daniele Giancane, che  ha parlato di libro valido e intrigante, che giunge subito al lettore.

Italo Interesse

 

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