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I Guerrieri di Valentina

La figura del religioso-guerriero vanta radici remotissime. Si pensi all’Arcangelo Michele, a San Giorgio, ai Templari, ai monaci soldati Sōhei…. L’era globale col suo sentore apocalittico non poteva che restituire vita a questo personaggio. Un po’ ovunque, sotto nomi diversi e indipendentemente dal credo religioso, ma tutti animati dal medesimo spirito (schierarsi dalla parte del Bene in vista del definitivo confronto del Male), uomini e donne si raccolgono in comunità nelle quali si tengono in esercizio per essere pronti nel giorno dell’Apocalisse, che stimano assai prossimo. Avvicinare costoro è estremamente difficile. Per ragioni in parte comprensibili e in parte no, i monaci guerrieri del terzo millennio fuggono i riflettori. Per cui di essi si sa ben poco. Ma qualcuno può testimoniare che ‘guerrieri della luce’ vivono sulle colline marchigiane (la comunità, composta da Monaci Guerrieri e Madri Guardiane, è stata fondata nel 1998 da un Maestro il quale ha raccolto intorno a sé un gruppo di praticanti di arti marziali). Questo qualcuno era Valentina Pedicini, regista cinematografica nata a Brindisi nel ’78 e spentasi a Roma quattro giorni fa. Autrice di un lungometraggio (‘Dove cadono le ombre’ – 2017), di due corti (‘Mio sovversivo amore’ – 2009; ‘Era ieri’ – 2016) e di alcuni documentari, la Pedini ha dedicato ai guerrieri marchigiani la sua ultima opera: ‘Faith’, un docu-film uscito l’anno scorso (nell’immagine, un fotogramma). Prodotto da Rai Cinema, presentato ad Amsterdam e Berlino, ‘Faith’ è arrivato primo al Festival di Trieste per la sezione Nuove Impronte; nella stessa circostanza l’autrice si è aggiudicato anche il premio ANAC per la migliore sceneggiatura. ‘Faith’ racconta l’assoluto isolamento di uomini e donne legati da un credo vagamente cattolico cui non sono estranei elementi di buddismo e Tai Chi; a legarli è pure la pratica della preghiera congiunta ad un allenamento del corpo portato ai limiti della resistenza psicofisica. Il racconto della Pedicini non è neutro. Traspare infatti la sua grande ammirazione verso chi ha il coraggio d’imprimere svolte radicali alla propria esistenza (e da questo punto di vista ‘Faith’ è anche un film sulla libertà di scelta). Ma al contempo ‘Faith’ non giudica. Girata in bianco/nero, in totale intimità tra corpo e macchina da presa (quindi strizzando l’occhio all’aspetto coreutico e persino sensuale dell’indagine), l’opera della compianta cineasta pugliese fa largo uso di musica diegetica, cioè quel tipo di commento sonoro che proviene da una fonte sonora identificabile all’interno dell’inquadratura come una radio, una televisione, un giradischi, uno strumento musicale… Ciò aumenta il coefficiente di verità di un documentario originale e ben fatto e che ispira questa idea: L’applicazione in apparenza maniacale con cui i nuovi monaci si addestrano è volta in primo luogo a vincere il male interiore. Solo dopo aver vinto il nemico interiore, finalmente purificato, il monaco è pronto a confrontarsi col Male.

 

 

Italo Interesse

 

 

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