I sindaci aspiranti candidati alla Regione in ansia per l’imminente verdetto della Consulta
È durata appena 12 minuti l'udienza di mercoledì scorso davanti alla Corte costituzionale sulla contestata norma che prevede le dimissioni sei mesi prima della fine della legislatura. L'esito è tutt'altro che scontato!

I sindaci pugliesi pronti a correre alle prossime regionali, per tentare il salto nell’Aula barese di via Gentile, attendono con ansia il verdetto della Corte costituzionale, che mercoledì scorso ha discusso la norma introdotta dalla Regione Puglia con l’ultima legge di Bilancio e che prevede le dimissioni dalla carica almeno180 prima della scadenza naturale della legislatura, per i Primi cittadini che si vogliono candidare alla Regione. Infatti, se tale norma pugliese, impugnata però dal governo Meloni perché sospettata di incostituzionalità, dovesse invece essere ritenuta legittima dalla Consulta, allora per i sindaci aspiranti consiglieri regionali, che non si sono dimessi entro lo scorso marzo (la legislatura regionale scade a fine settembre!), la possibilità di essere candidati alle prossime regionali sarebbe da accantonare definitivamente, perché sarebbero ineleggibili. In tal caso, i sindaci che rimarrebbero delusi sarebbero molti, soprattutto nella coalizione di centrosinistra, dove il candidato governatore in pectore, Antonio Decaro (Pd), pare che abbia addirittura già predisposto, in ognuna delle sei province pugliesi, delle liste con la presenza di sindaci di realtà comunali importanti dei territori. Se invece, dalla decisione attesa a breve della Corte, dovesse risultare che la norma impugnata dal Governo nazionale è compatibile con l’impianto della nostra Costituzione repubblicana, allora la presenza dei sindaci in carica alle prossime elezioni in Puglia non sarà più possibile, poiché il termine dei sei mesi per le dimissioni è ormai scaduto da tempo. E la speranza di molti consiglieri regionali uscenti, che lo scorso dicembre hanno votato a scrutino segreto la cosiddetta norma “anti-sindaci”, potrebbe non essere del tutto infondata, in quanto a livello nazionale esiste una norma analoga per i sindaci che vogliono candidarsi al Parlamento. Il riferimento è al DPR 361 del 1957 che, a riguardo dei Primi cittadini aspiranti deputati, o senatori, ossia a membri di un Organo legislativo, prevede che “i sindaci di Comuni con più di 20.000 abitanti sono ineleggibili al Parlamento nazionale”. Però sempre in base allo stesso DPR, questa ineleggibilità decade se il sindaco cessa dalle sue funzioni almeno 180 giorni prima della scadenza naturale della legislatura, o in caso di scioglimento anticipato del Parlamento, purché le funzioni cessino entro 7 giorni dalla pubblicazione del decreto di scioglimento. L’udienza di discussione dinanzi alla Corte costituzionale della norma pugliese “anti-sindaci” è durata appena 12 minuti, poiché la Regione Puglia che l’ha introdotta si è costituita in giudizio, ma stranamente e paradossalmente, ha deciso di non difendere il proprio operato e, quindi, di non opporsi alla dichiarazione di incostituzionalità richiesta dal governo. Ciò non toglie, però, che la Consulta, se dovesse ritenere legittima la norma, dovrebbe respingere la richiesta del governo centrale. Però, quello che è accaduto mercoledì pomeriggio nell’Aula del Palazzo romano di piazza del Quirinale, ove ha sede la Corte costituzionale, non è affatto incomprensibile per chi conosce le dinamiche politiche pugliesi e di ciò che è accaduto nella coalizione di centrosinistra che sostiene il governatore Michele Emiliano. Infatti, la vertà è che all’interno della stessa maggioranza gran parte dei consiglieri lo scorso dicembre, nel segreto dell’urna, hanno votato a favore della norma “anti-sindaci”, altrimenti non sarebbe stata approvata. Difatti, nell’Aula di via Gentile al momento del voto erano presenti tutti i 30 consiglieri di maggioranza, poiché si vota anche il Bilancio previsionale, e dell’opposizione invece c’erano in tutto solo una quindicina di rappresentanti. Pertanto, l’emendamento che ha introdotto la norma “anti-sindaci”, avendo riportato 31 voti a favore, 12 contrari e 3 astenuti, significa che non meno di 16-18 consiglieri maggioranza hanno votato per l’introduzione di detta modifica nella legge elettorale regionale pugliese. Ossia gran parte dei rappresentanti della coalizione che sostiene il presidente Emiliano. Quindi, ora si è in attesa che sia la Consulta a dire se questa norma (voluta scuramente anche da una parte significati di rappresentanti di maggioranza, oltre che – ovviamente – da quelli di opposizione che avevano presentato ed appoggiato detto emendamento) è legittima costituzionalmente, oppure no. Di certo, però, dall’esito della Corte dipenderà molto per la composizione sia delle liste per le imminenti elezioni che per quella del futuro Consiglio regionale.
Giuseppe Palella
Pubblicato il 11 Luglio 2025



