Cultura e Spettacoli

I Turchi e la guerra biologica

Un documento conservato nell’Archivio di Bari, datato 15 aprile1674 e indirizzato al Preside della Provincia di Bari, reca la firma del Console e agente del Re di Spagna, Carlo II (il Console era allora attivo in quel di Ragusa, oggi Dubrovnik). Nella riservatissima ed urgentissima missiva il Console metteva in guardia il Preside : in quel porto – allora in mano ai Turchi – si stavano allestendo tre “fuste” (tipo d’imbarcazione a remi piuttosto veloce) che, insieme ad altri legni già pronti in altri porti croati, avevano come obiettivo le coste pugliesi. L’urgenza si spiegava col fatto che questa volta i pirati avevano in mente ben altro che le solite razzie e i soliti rapimenti : intendevano seminare la morte abbandonando sulla costa i cadaveri di appestati. Il piano, davvero diabolico, escludeva l’impiego di morti sfigurati dal male. I cadaveri dovevano appartenere ad ammalati spirati subito dopo il contagio, ovvero ammalati che la peste aveva vinto senza difficoltà, senza perciò aver avuto il tempo di lasciare sulla carne i classici segni di una resistenza disperata quanto inutile. In questo modo la gente pia non avrebbe esitato a toccare quei poveri resti per seppellirli. Poteva anche essere però che la gente pia fosse trattenuta da un’istintiva prudenza. In questo caso bisognava invogliare altro tipo di gente. E l’esca consisteva nei rivestire gli appestati di indumenti tali da farli sembrare ricchi mercanti o alti dignitari affogati a seguito di un naufragio (vai a vedere, poi, di quei pirati chi si sarebbe assunto il rischio di rivestire gli appestati). L’imperante miseria del tempo era tale da noi che la gente peggiore non si faceva scrupolo di alleggerire un morto di un paio di stivali nuovi o di un mantello di lana pesante. Chi avesse abboccato, avrebbe immancabilmente diffuso la peste. Il Preside si affrettò a diramare ordinanze ad hoc in tutte le località di mare. Contemporaneamente venne rinforzato il numero dei ‘cavallari’ e delle sentinelle poste a guardia del litorale di Bari. In città era ancora grande la paura dopo la grave pestilenza che diciotto anni prima aveva sterminato ben dodicimila baresi. Ma il vile disegno non dovette trovare attuazione poiché di peste in Puglia si riparlò, e per l’ultima volta, solo nel 1815. Ad essere colpita fu Noicattaro. Il contagio arrivò con la merce che un commerciante noiano aveva portato dai Balcani. Per fortuna si riuscì ad isolare rapidamente il focolaio. Venne allora scavato un fossato intorno a Noicattaro e l’esercito fu mobilitato perché nessuno uscisse dalla cerchia urbana. Le severissime misure si protrassero da giugno 1815 a giugno 1816. Il bilancio fu di ottocento morti. – Nell’immagine, una stampa ispirata alla peste del 1630 che afflisse Milano e che Manzoni descrisse nelle pagine de ‘I promessi sposi’.

Italo Interesse


Pubblicato il 18 Febbraio 2017

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