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Il bombardamento del porto di Bari del 2 dicembre 1943

Domani sarà l’ultimo giorno per visitare la mostra sul bombardamento del porto di Bari, avvenuto il 2 dicembre 1943, allestita presso l’Archivio di Stato a cura di Vito Antonio Leuzzi -direttore del I.P.S.A.I.C- e di Pasquale
Trizio -Presidente dell’Assoc. Naz.le Marinai d’Italia – Bari. In quella data la città fu vittima di un atto di guerra tra i più crueti che le inermi popolazioni civili avessero vissuto fino a quel momento. Le informazioni sulla “Pearl Harbour del Mediterraneo” sono emerse dagli archivi alleati che hanno ormai desecretato gli atti sull’ultimo conflitto e raccolte in un volume del Maggiore della U.S. Air Force Glenn B. Infield. Le truppe angloamericane, infatti, dopo lo sbarco in Sicilia volevano risalire la penisola italiana: i grandi aeroporti del Mezzogiorno d’Italia erano nelle mani degli americani, che li convertirono in poderose basi dalle quali far partire le incursioni nelle retrovie nemiche. Prima dell’armistizio dell’8 settembre i raid degli Alleati avevano già compiuto enormi stragi a Napoli, Foggia e Salerno. Venne risparmiata, invece, la città di Bari per il suo ottimo porto e per la sua posizione strategica rispetto agli aeroporti di Foggia, Gioia del Colle e Grottaglie. Ma alle 19.25 del 2 dicembre 1943 gli aviatori tedeschi della “Luftwaffe” condotti dal Tenente Werner Hahn col suo Me-210, attaccarono una trentina di navi dell’8^ Armata angloamericana affondandone diciassette ancorate al porto. Ma ad uccidere più delle bombe piovute dal cielo fu l’esplosione di una delle navi colpite, il mercantile statunitense  ‘John Harvey’. Quest’ultimo scoppiò col suo carico di cento tonnellate di bombe all’iprite -progettate dal Chemical Warfare Service nel 1930- un gas pericoloso, tossico e vescicante, dal caratteristico odore di senape e dagli effetti mortali tanto da essere vietato dalle convenzioni internazionali. Un’altra devastante conseguenza dell’esplosione fu la fuoriuscita di una grande quantità di sostanze tossiche che contaminò le acque del porto. Furono un migliaio le vittime tra militari e civili oltre che centinaia di feriti. Si trattò del più grave episodio di guerra chimica del secondo conflitto mondiale, tanto che Bari fu la prima città dalla quale partirono gli studi sugli effetti della chimica sulle persone. Molti degli ordigni contenuti nella “Harvey” giacciono tutt’ora inesplosi nel nostro mare e rappresentano un pericolo concreto per i naviganti. Solo pochi uomini a bordo conoscevano il contenuto di quel carico, coperto dal più assoluto segreto. Ma come mai quella nave carica di materiale proibito in guerra era ormeggiata proprio nel nostro porto? A chi erano destinate le bombe dal contenuto illecito detonate sotto il fuoco dell’aviazione tedesca? Le fonti affermano che quelle bombe furono inviate a Bari in seguito ai rapporti provenienti dal fronte, dai quali si rilevava la preoccupazione degli Alleati per i ritrovamenti di alcuni agenti chimici nocivi nel corso dell’avanzata. Nei giorni successivi al bombardamento tedesco, la Sanità Militare americana inviò in Italia degli ispettori, affinché redigessero un rapporto esauriente sulle “strane” morti avvenute a Bari. Secondo quanto riportato dal Maggiore Infeld dell’Aeronautica statunitense, il primo ministro Churchill dispose che: <<Non fosse adoperata la parola iprite nei documenti che riguardavano il disastro di Bari>>. Le ustioni furono quindi classificate per causa “Not yet identified” (“Non ancora identificata”). Gli inglesi, in effetti, non potevano ammettere che, in un porto da loro controllato, fosse avvenuto un episodio di guerra chimica di così notevole portata e gli americani non potevano ammettere che fosse stato affondato un numero di navi pari a quello di Pearl Harbor. Inoltre, a causa delle reticenze degli alti comandi militari, perirono moltissimi soldati, che si sarebbero potuti salvare se non fossero stati curati soltanto per i sintomi da shock. Altrettanto avvenne per i civili. L’episodio di Bari doveva passare quanto più inosservato possibile a differenza dell’altro – quello di Pearl Harbor –  che fu amplificato a dismisura per giustificare l’entrata in guerra e la successiva sperimentazione della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki.  Infatti in città, presso i comandi alleati, non a conoscenza dei manifesti di carico delle unità mercantili, iniziò a correre voce, avvalorata dal recupero di un contenitore di iprite, che i tedeschi avevano usato su Bari gas tossici diffondendo panico nella popolazione che abbandonò in massa la città. La scarsa cooperazione tra le autorità portuali britanniche ed i comandi militari statunitensi favorì la diffusione di voci incontrollate; solo più tardi venne accertato che il contenitore era di fabbricazione americana. Secondo una recente ricerca dello storico Francesco Morra è emerso che gli Alleati furono “costretti” a mantenere il segreto perché il protocollo internazionale, sebbene ne proibisse l’uso, prevedeva il diritto di rappresaglia con iprite in caso di utilizzo dello stesso per primo da parte del nemico. Quindi se i tedeschi, avessero saputo che gli inglesi detenevano l’iprite, si sarebbero (forse) riservati di utilizzarla anch’essi per fermare l’imminente sbarco in Normandia, che sei mesi dopo segnò praticamente l’inizio della fine della guerra. Insomma gli astuti americani avrebbero taciuto per salvare le sorti della guerra.  Ammesso (e non concesso) che i tedeschi non sapessero dell’iprite contenuta nelle navi angloamericane ormeggiate nel porto di Bari, gli storici dovrebbero verificare se quel bombardamento fu mirato proprio per distruggere le armi chimiche che, plausibilmente, sarebbero state utilizzate contro gli stessi tedeschi in Renania.  Ad ogni modo assistiamo al solito copione: da un lato gli Stati Uniti con i loro attacchi <<preventivi>> contro le <<armi di distruzione di massa>> del nemico di turno, salvo poi verificarne l’effettiva esistenza; dall’altro  i crimini di guerra: quelli dei vincitori commessi “a fin di bene” mentre quelli dei vinti giudicati a Norimberga, o all’Aia.

Maria Giovanna Depalma

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