Cultura e Spettacoli

Il colpevole “fu preso, fucilato e il cadavere di lui bruciato”

In un testo di Nicola Uva edito a Bari nel 1964 (‘Saggio storico su Mola di Bari dalle origini ai giorni nostri’) si legge della peste che flagellò quella cittadina nel 1690. Sul finire del 1690, mentre già intorno infuriava il contagio, una tartana proveniente dalla Dalmazia, respinta in porto dai ‘militi sanitari’, gettò segretamente l’ancora nella poco distante cala di Ripagnola dove scaricò balle di cuoio e casse di tabacco acquistate da tale Giacomo Schiavelli, commerciante molese. L’ingresso di quelle merci in città “fu la causa del contagio”. Ufficialmente Mola fu dichiarata “appestata” dall’Autorità il 19 gennaio dell’anno dopo. La “riduzione in quarantena” di alcune abitazioni non bastò a contenere l’epidemia che a giugno esplose : 250 morti tra cui i medici che curavano gli infermi e sei cappuccini che si erano offerti di somministrare l’eucarestia ai moribondi. Furono erette baracche fuori l’abitato per la gente sana ma era troppo tardi. Luglio si rivelò ancora più funesto con quasi 400 decessi. Toccato però l’apice della parabola, la pestilenza cominciò a fare meno vittime : ad agosto erano morte ‘solo’ 155 persone, a settembre 21. A novembre (9 morti) si potette considerare scomparso il morbo. Mola però era ancora ‘convalescente’. Si diede allora inizio allo “spurgo” delle case infette. Riferisce a tale proposito il Petroni : “Il modo di disinfettare le case secondo le istruzioni venute da Napoli era : le robe di lino e cotone, passarsi almeno per tre bucati continui ; far ventilare notte e dì quelle di seta per quaranta giorni ; le pelli bruciare ; gli arnesi di legno lavar con aceto e profumarli ; i muri imbianchire ; le persone adoperate a tali servizi rimanere in quarantena”. Lo ‘spurgo’ fu solo una delle tante drastiche misure imposte dall’Autorità, che al rispetto delle stesse dispose una vigilanza estremamente severa. A tale proposito Uva accenna  alla “triste sorte toccata alla famiglia Nusco : I germani Giuseppe, Andrea e Donantonia, che avevano perduto i genitori nel settembre 1691, vollero occultare delle robe infette in un camino e in un sottoscala. Scoperti, furono condannati : Giuseppe alla morte, Andrea a dieci anni di galera e la sorella alla frusta”. “Condannati” dice Uva, che non cita la sua fonte, ma le pene furono eseguite?… Forse la più pesante delle condanne venne commutata in carcere. Peraltro, stante la situazione, era il caso di tenere persone imprigionate?… Chissà che tutto non si sia risolto con una pesantissima ammenda. Quanto allo Schiavarelli, il mercante che era stato la causa di tanto male poté scansarla sino a quando visse il suo protettore, il Conte Giuseppe Acquaviva. Ma nel settembre del 1692, morto il Conte, lo Schiavarelli “fu preso, fucilato e il cadavere di lui bruciato”.  – Nell’immagine, ‘La peste di Ashdod (1630) di Nicolas Poussins

Italo Interesse

 


Pubblicato il 28 Maggio 2016

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