Il dialogo tra Oriente e Occidente e San Francesco D’Assisi
A colloquio con il sacerdote cattolico di rito bizantino padre Antonio Calisi

È l’anno dedicato a San Francesco di Assisi. Interessante in questa intervista sentire il parere del sacerdote cattolico di rito bizantino padre Antonio Calisi.
Padre Antonio, lei ha spesso approfondito il dialogo tra Oriente e Occidente. Esiste un legame profondo, quasi “folle”, che unisce San Francesco d’Assisi ai santi della tradizione bizantina e russa?
“Assolutamente sì. Molti studiosi, tra cui la teologa russa Alexeeva-Leskov, vedono in Francesco l’icona della santità indivisa. È stato definito il santo cattolico più simile allo jurodivyj, il “folle in Cristo” della tradizione russa. Lo stesso Francesco, durante il Capitolo delle Stuoie, dichiarò esplicitamente: “Il Signore mi ha detto che questo egli voleva: che io fossi nel mondo un ‘novello pazzo'”.
Questa “follia” ha radici antiche. Chi erano i primi “folli” in Oriente?
“Il fenomeno nasce tra il IV e il VI secolo in Egitto e Siria con i saloi (folli). Figure come la monaca Isidora, che viveva nelle cucine subendo il disprezzo delle consorelle, o Simeone di Emesa, che decise di lasciare il deserto per “burlarsi del mondo” e salvare le anime nelle città. Questi santi usavano la simulazione della pazzia come arma per mascherare la propria virtù e raggiungere gli ultimi: prostitute, ubriaconi e reietti”.
Quali sono gli elementi comuni più forti tra Francesco e questi “pazzi per Cristo”?
“Ci sono paralleli sorprendenti come la simulazione. Simeone di Emesa fingeva di rompere il digiuno per scandalizzare i cristiani ipocriti, Francesco una volta si fece trascinare nudo con una corda al collo per le vie di Assisi, gridando di aver mangiato del pollo mentre era malato, per umiliare se stesso e dare l’esempio. La nudità di Francesco davanti al Vescovo ricorda l’impudicizia dei primi saloi e il motivo apocrifo del “tornare bambini” per vedere Dio. Francesco usava spesso il termine latino idiota per descrivere se stesso e i suoi frati, richiamando la semplicità dei piccoli a cui Dio rivela i misteri. Il desiderio di Francesco di essere uno joculator Domini (giullare del Signore) lo avvicina alla pantomima e al riso degli jurodivye russi, come Basilio il Beato, che usavano l’umorismo come forma di critica intellettuale e spirituale”.
Padre Antonio, uno degli aspetti più amati di San Francesco è il suo dialogo con le creature, come la celebre predica agli uccelli. Questo tratto “ecologico” trova riscontro nella follia dei santi bizantini?
“Certamente. Per il folle in Cristo, così come per Francesco, l’animale non è un essere inferiore, ma un compagno di lode. Quando Francesco si rivolge agli uccelli chiamandoli “fratelli miei”, sta compiendo un atto puramente bizantino: sta annullando la distanza causata dal peccato originale. Nella tradizione d’Oriente, il santo che si fa “pazzo” per il mondo recupera la trasparenza di Adamo, al quale tutti gli animali obbedivano.”
Può farci degli esempi di questo “parallelismo animale” tra Oriente e Occidente?
“C’è una simmetria quasi perfetta. Pensiamo a San Gerasimo dello Giordano: proprio come Francesco ammansisce il lupo di Gubbio trasformando una fiera in un amico della comunità, Gerasimo trasforma un leone feroce nel custode del monastero. Non è magia, è la mansuetudo (mansuetudine) che emana dal santo. Ancora, mentre Francesco predica alle rondini chiedendo loro silenzio per poter annunciare la Parola, troviamo Sant’Ermolao o San Biagio di Sebaste ai quali le fiere si avvicinano spontaneamente per ricevere la benedizione, restando in attesa che il santo termini la sua preghiera.”
La “Santa Follia” sembra dunque essere la chiave per comunicare con il mondo animale. Perché?
“Perché il folle in Cristo rompe le convenzioni umane, compreso l’orgoglio di dominio sulla natura. Andrea di Costantinopoli, il salos, viveva e dormiva per strada insieme ai cani randagi. Per i cittadini era un degradato, ma per quegli animali era un protettore. C’è una profonda unità tra Francesco che raccoglie i vermi dal sentiero per non calpestarli e i santi russi come San Sergio di Radonež, che divideva il suo unico pezzo di pane con un orso. In entrambi i casi, la santità è una forza che “sospende” la catena alimentare per instaurare il banchetto del Regno”.
Quindi Francesco non è un “unicum” isolato, ma un ponte verso l’Oriente?
“Francesco è il punto d’incontro. La sua capacità di parlare con le creature è la stessa “conoscenza del cuore” che troviamo nei Padri del deserto. Egli mostra che la vera follia cristiana consiste nel credere che un uccello o un lupo possano lodare Dio meglio di un uomo superbo. In questa visione, il Cantico delle Creature di Francesco e la coabitazione pacifica dei santi bizantini con le fiere sono lo stesso inno cantato in due lingue diverse”.
In conclusione, cosa ci insegna questa “santità comune”?
“Ci insegna che la vera sapienza è stoltezza davanti al mondo. Francesco e i santi bizantini condividono la stessa kenosis, lo svuotamento totale di sé per essere pieni di Dio. Attraverso la loro “pazzia”, lo Spirito Santo trova il modo di fare festa insieme agli ultimi e di riabbracciare l’intera creazione”
Bruno Volpe
Pubblicato il 11 Marzo 2026



