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Il Dittatore è al lumicino

In quello che ha tutta l’aria d’essere l’ambulatorio di una clinica psichiatrica si muovono in tre, un paziente e due medici. Il possibile malato vaneggia di troni, congiure, vendette e battaglie. Sembra Riccardo III. Gli altri due somigliano a dottori che studiano il caso assecondando il paziente. Ma la passione con cui essi si calano nei personaggi che ruotano intorno al deforme usurpatore descritto da Shakespeare alimenta il sospetto che i due siano rimasti coinvolti nel gioco… Originale e potente  questa (molto) libera rivisitazione del Riccardo III a firma di Francesco Niccolini, diretta da Enzo Vetrano e Stefano Randisi e dagli stessi interpretata (insieme a Giovanni Moschella). Grande l’accoglienza tributata da Bari a questa produzione Arca Azzurra Teatro/Emilia Romagna Teatro che per quattro sere di seguito ha riempito il Nuovo Abeliano. Uno spettrale Enzo Vetrano dà vita ad un Riccardo III che infonde inquietudine. E l’inquietudine nasce dal colore moderno assegnato al tema della caduta del tiranno. Il delirio che conclude la parabola di Riccardo non ha la luce e l’odore del campo di battaglia, dà invece di umido e muffa, di sotterraneo e luce elettrica, di muri nudi ed aria viziata. Questa dimensione claustrofobica e affatto grandiosa della solitudine richiama alquanto l’allucinata cupezza di Hitler negli ultimi giorni di guerra, che il dittatore nazista consumò in un bunker a quindici metri di profondità. A questo punto gli ultimi fedeli di Riccardo assomigliano a Bormann e Goebbels… Fin qui ci siamo. Ma Niccolini, si legge nelle note di regia, dice d’essersi ispirato anche a ‘L’avversario’, un libro di Emmanuel Carrére in cui si racconta il caso Jean Claude Romand,  un criminale francese il quale dal 1993 sconta l’ergastolo per aver assassinato cinque persone. Romand andò in crisi quando, iscritto alla facoltà di Medicina di Lione, non superò l’esame di ammissione al secondo anno. Da quel momento cominciò a spacciarsi – e con successo – per medico, trovando soprattutto come scroccare soldi a destra e sinistra. Sommerso dai debiti, infine, sterminò la famiglia, giudicata responsabile del proprio disastro… Ora, quale il collegamento tra uno scroccone seriale dall’indole criminale ma in fondo privo di grandezza e un gigante della finzione drammaturgica, quale Riccardo III? Forse lo stesso disturbo narcisistico della personalità, sindrome che può giustificare nel malato la necessità di eliminare, anche uccidendo, qualunque ostacolo si presenti sulla strada che porta alla realizzazione assoluta del sé. E torniamo allo sguardo contemporaneo gettato sul dramma di Riccardo di cui prima. Sguardo nel quale l’antica e vaga ‘sete di potere’ trova finalmente dettagliata analisi. Tornando all’allestimento, Vetrano prende al cuore. Gli fanno degnissima cornice Randisi e Moschella. Un lavoro caldo e denso, che non si dimentica. Importanti i contributi di Mela dell’Erba (scene e costumi) e di Max Mugnai (disegno luci).

Italo Interesse

 

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