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Il film della colpa

“Il Führer regala una città agli ebrei” è il titolo con cui è passato alla storia un documentario girato da Kurt Gerron sul campo di concentramento di Terezin (com’è noto si trattò d’una gigantesca messa in scena volta a gettare fumo negli occhi a poco accorti Ispettori della Croce Rossa Internazionale). Ferito da quel film e dal contenuto di un libro di Joza Karas (‘La musica di Terezin 1941-1945’),  Mariano Dammacco compone un testo che il Gruppo Mòtumus, diretto da Maurizio Ciccolella, ha messo in scena martedì scorso al Nuovo Teatro Abeliano per il Mese della Memoria e del quale sono stati decorosi interpreti Francesca Zurlo, Alessia de Blasi e Mino Profico. ‘Il Führer regala una città agli ebrei’, questo il titolo dello spettacolo, si sviluppa in termini oratoriali con tre attori allineati dietro una ribaltina. Tre figure prestano il loro corpo alle voci perdute o sopravvissute della più documentata tragedia di tutti i tempi. Le testimonianze si alternano secondo uno schema geometrico che esclude ogni acuto. Questa linearità minimale ci pare pensata in funzione del modo più utile di proporre  un imbarazzante interrogativo : Gerron era nel giusto nel girare con tanta passione quella pellicola? E gli altri?… Il film su Terezin coinvolse centinaia fra attori e tecnici, chiamò in causa migliaia di comparse. Perché questi uomini si prestarono ad un gioco infame del quale non potevano non essere consapevoli? La risposta si può trovare riflettendo sulla quasi totale assenza di ribellione con cui in tutti i Campi i deportati andarono incontro alla morte. Dopotutto, nella certezza della morte, non sarebbe costata molta fatica anticipare la fine tirando con le ultime forze un colpo di badile o uno sputo in faccia ad una SS. Invece nulla. E, salvo pochissimi, nessuno troncò quel delirio lanciandosi contro i reticolati ad alta tensione. Qualcuno giustifica tanto stoicismo (limitatamente agli ebrei tedeschi) tirando in mezzo il grande senso di disciplina col quale per tradizione gli Ebrei si rapportano all’Autorità. Per altri, invece, questo trovarsi a recitare collettivamente il ruolo di agnello sacrificale non poteva non trovare remissivo un popolo la cui cultura orbita intorno al concetto di colpa, di collera divina ed espiazione. Gerron e gli altri dovettero porsi il problema. Lo aggirarono sotto  l’impellenza di sostituire un pensiero atroce con un pensiero lieto, ovvero fare qualcosa di buono, almeno in apparenza. A Terezin migliaia di uomini provarono a sognare : Hitler poteva manifestarsi riconoscente e se il decorso del tempo giocava a sfavore dei carnefici… Semplicemente, Gerron e compagni vollero sognare che tutto era un sogno. Non è il caso di condannarli. Avremmo fatto di meglio noi? E’ difficile mettersi nei panni altrui, specie se quei panni sono a strisce verticali.

Italo Interesse

 

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