Il gobbo del Califfo, quando la favola orientale diventa specchio del Mediterraneo
Tra comicità grottesca, simbolismo religioso e scenografie oniriche, torna in scena un raro gioiello del Novecento

«L’Oriente è un teatro di specchi, ogni volto riflette l’altro, ogni verità si traveste da equivoco», scriveva Jorge Luis Borges. C’è un gusto raro, quasi prezioso, nel riportare alla luce un’opera dimenticata senza trasformarla in semplice esercizio archeologico. È quanto accade con Il Gobbo del Califfo di Franco Casavola, raffinato atto unico del 1929 che la Fondazione Teatro Petruzzelli restituisce alla scena, in una produzione capace di coniugare leggerezza farsesca e sottile profondità simbolica.
Dal 21 al 24 maggio il sipario del Teatro Petruzzelli si apre su una Bagdad immaginaria e onirica, sospesa tra il racconto popolare e la metafora universale. Tratta dalla celebre “Storia del gobbetto” de Le mille e una notte, l’opera costruisce il proprio irresistibile meccanismo teatrale attorno a una lisca di triglia. Il buffone del Califfo, invitato a cena da una coppia di ciabattini, si strozza improvvisamente durante il banchetto. Credendolo morto, i due danno avvio a una catena grottesca di depistaggi, confessioni e presunti omicidi che coinvolgerà un medico, un mercante, un uomo collerico e infine il Visir. Una girandola di equivoci che sembra anticipare certe geometrie del teatro dell’assurdo, ma che in Casavola mantiene il ritmo scintillante dell’opera buffa novecentesca.
La regia di Mariano Dammacco sceglie intelligentemente di scavare sotto la superficie comica del libretto di Arturo Rossato, recuperando le radici multiculturali della novella araba originaria. Non più soltanto figure caricaturali, ma simboli viventi delle tre grandi religioni monoteiste: il medico ebreo, il mercante cristiano, il musulmano investito del potere civile. Dammacco, da bravo restauratore, riporta alla luce le stratificazioni culturali nascoste sotto la comicità del racconto. Ne emerge uno spettacolo che riflette, con ironia e leggerezza, sulle convivenze e sui conflitti del Mediterraneo.
Di particolare fascino l’impianto scenico ideato da Angelo Linzalata, autore anche del disegno luci insieme allo stesso Dammacco. La piazzetta di Bagdad si trasforma in un paesaggio fiabesco e surreale, le abitazioni dei personaggi richiamano simbolicamente sinagoga, moschea e cattedrale cristiana, componendo un quadro visionario che sembra animarsi come un’illustrazione antica. Le strutture sceniche, montate su binari mobili, avanzano e arretrano nello spazio teatrale in una sorta di danza architettonica, amplificata da un disegno luminoso di forte impronta pittorica.
Sul podio dell’Orchestra del Petruzzelli, Matteo Del Maso valorizza la scrittura di Casavola, sospesa tra gusto futurista, colori orientaleggianti e una vivacità ritmica che guarda tanto alla tradizione italiana quanto alle suggestioni europee del primo Novecento. Fondamentale anche il lavoro del Coro preparato da Marco Medved, chiamato a sostenere i grandi quadri collettivi del finale. I costumi di Franca Squarciapino evitano ogni naturalismo e scelgono la via dell’eccesso visionario: copricapi sproporzionati, colori simbolici, dettagli grotteschi che accentuano la dimensione favolistica dell’opera. Tutto concorre a creare un universo sospeso tra sogno e satira.
Nel cast spiccano William Hernandez nel ruolo del Gobbo, Arturo Espinosa come Ciabattino e Aoxue Zhu nei panni della Ciabattina. Ad arricchire ulteriormente l’evento saranno le introduzioni affidate a Gianrico Carofiglio e Giordano Bruno Guerri, quasi a suggellare la natura colta e multidisciplinare di un’operazione che non si limita al recupero musicale, ma trasforma Il Gobbo del Califfo in una riflessione poetica sul destino delle culture che abitano il nostro mare comune.
Rossella Cea
Pubblicato il 20 Maggio 2026



