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Il governo impugna la legge pugliese sul servizio idrico, sospetta incostituzionalità

La gestione "in house", senza una pubblica gara, potrebbe contravvenire alle disposizioni della Ue in materia di libertà del mercato e quindi della concorrenza

Il governo Meloni ha impugnato la legge approvata dal Consiglio regionale pugliese e che consente la gestione “in house” del servizio idrico integrato da parte dei Comuni pugliesi. Legge accolta favorevolmente all’unanimità dalla assemblea dell’Anci-Puglia, ossia dall’Associazione dei Comuni pugliesi, ed approvata il 15 marzo scorso, a larghissima maggioranza, anche col voto di alcune forze di opposizione, dall’Assemblea regionale della Puglia. Il presupposto in base al quale detta legge è stata impugnata dal Consiglio dei Ministri è che l’affidamento “in house” del servizio idrico integrato ai Comuni pugliesi, quindi senza metterlo a gara, potrebbe avere dei profili di incompatibilità con le disposizioni comunitarie in tema di concorrenza. L’impugnativa di detta legge, secondo il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, sarebbe “un atto politico gravissimo che intende impedire il mantenimento in mano pubblica del servizio idrico integrato” per favorire la gestione del servizio da parte dei privati. Per il governatore pugliese l’impugnativa sarebbe, inoltre, “una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti dei cittadini pugliesi ed italiani che credono nella proprietà pubblica dell’acqua”. “Reagiremo in maniera forte, – ha anche affermato Emiliano – chiamando a raccolta tutte le forze migliori della Puglia e dell’Italia perché si oppongano decisamente a questo disegno che favorisce le multinazionali a discapito di Comuni e Regioni”. In merito all’impugnazione della legge pugliese sull’affido del servizio idrico, il capogruppo del partito di Giorgia Meloni alla Regione, Francesco Ventola, ha invece rilevato: “Ci dispiace essere stati facili profeti, soprattutto ci dispiace essere stati gli unici a votare contro una legge che evidenziava profili di incostituzionalità talmente evidenti che solo chi pensa di continuare a gestire l’Acquedotto pugliese il potere per il potere non vedeva. Ma che hanno visto invece gli uffici legali del Ministero della Giustizia e quello degli Affari Europei, ma soprattutto l’Autorità garante della concorrenza e del mercato”. Infatti, ha spiegato Ventola, “il parere di quest’ultimo, non certo il ministro Fitto, dimostra come la legge regionale voluta in tutta fretta dal maggioranza Emiliano è in contrasto con la Costituzione”. Il capogruppo pugliese di Fdi ha anche spiegato che nella seduta del 15 marzo scorso il Gruppo da lui presieduto in Consiglio regionale ha tentato di emendare la legge, però “l’arroganza del governo regionale – ha rimarcato Ventola – ha alzato un muro”, anzichè accogliere la proposta di Fdi ed interloquire con il Governo. “Il ministro Fitto, – ha concluso Ventola – è bene ricordarlo, è il presidente di Regione che ha fatto acquisire alla Puglia l’acquedotto e ha avviato il sistema idrico integrato in Puglia, loro sono invece quelli che in fretta e furia hanno fatto una legge che mette a rischio non l’acqua pubblica, che non è in discussione, ma la gestione” pubblica di tale risorsa. Di diverso tenore la dichiarazione congiunta rilasciata dal consigliere e commissario regionale di “Azione”, Fabiano Amati, e dai consiglieri regionali Sergio Clemente e Ruggiero Mennea, capogruppo, e da Nicola Di Donna, responsabile pugliese del partito di Carlo Calenda per il tema dell’acqua pubblica.  “L’impugnazione della legge regionale per consentire all’Autorità Idrica Pugliese di valutare l’affidamento del servizio ad Aqp, nelle modalità in house, rappresenta – per gli esponenti pugliesi di Azione – un chiaro depistaggio sia delle burocrazie ministeriali che dell’Autorità della concorrenza in danno del Governo Meloni.” E ciò perché – hanno commentato nella nota i calendiani – non possiamo pensare che il centrodestra al governo del Paese, nonché i parlamentari pugliesi, desiderino la privatizzazione del servizio idrico pugliese”. Infatti, ha poi rilevato il Gruppo pugliese di Calenda alla Regione, “la maggior parte delle eccezioni sinora avanzate o trapelate sono frutto di valutazioni sbagliate, perché costruite fuori dalle norme statali ed europee, così come interpretate anche dalla Corte di giustizia dell’Unione europea”. Quindi, per il partito pugliese di Calenda, “occorre ora agire in fretta per stanare ogni equivoco e pretesto, attraverso poche modifiche – pur proposte all’attenzione dei burocrati ministeriali – tendenzialmente in linea con la proposta di legge originaria, così da generare un ripensamento o un giudizio quanto meno confusionario dinanzi alla Corte costituzionale”. Però, ci hanno tenuto a precisare Amati, Mennea, Clemente e Di Donna, sul piano politico l’obiettivo di “Azione” è che “la gestione pubblica del servizio idrico integrato è una priorità non trattabile”. Per l’ex capo di Gabinetto del governatore Emiliano, ora deputato del Pd, Claudio Stefanazzi, “quello di Fitto e del governo Meloni è un attacco vergognoso alla gestione pubblica dell’acqua, che tradisce il voto di 26 milioni di italiani nel referendum del 2011 e vuol essere l’ennesimo regalo ai privati da parte di questo Governo”. Infatti, ha poi dichiarato Stefanazzi: “il Ministro Fitto continua la sua guerra senza quartiere alla Regione Puglia, questa volta bloccando una legge che ribadisce il sacrosanto principio che l’acqua è un bene pubblico e pubblico deve restare” perché, per l’ex capo di Gabinetto di Emiliano, “impugnarla tirando in ballo la tutela della concorrenza e il diritto Ue significa non conoscere le leggi comunitarie e la giurisprudenza in materia, visto che il modello delineato dalla legge regionale è perfettamente in linea con la normativa e ricalca, peraltro, esperienze già avviate da tempo in altre regioni”. Quindi, per Stefanazzi, “è evidente che il Ministro sappia muoversi solo per colpire la Puglia e il Mezzogiorno”. In realtà, né il governo Meloni, tantomeno il ministro pugliese di Fdi, Raffaele Fitto, hanno “bocciato” la legge regionale in questione, bensì hanno sollevato solo un dubbio di costituzionalità, promuovendone il giudizio dinanzi alla Consulta. Decisione, quest’ultima, per altro dovuta poiché ad avanzare il dubbio di costituzionalità è stata l’Autorità garante della concorrenza e talune burocrazie ministeriali, come correttamente rilevato da uno dei firmatari e quindi tra i principali promotori della legge regionale in argomento, ossia il consigliere pugliese di Azione, Amati. Infatti, ora non resta che attendere il giudizio della Corte costituzionale per conoscere effettivamente quale sarà l’esito di tale controversia istituzionale.

Giuseppe Palella


Pubblicato il 30 Maggio 2024

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