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Il male dentro, il male fuori

Quanta (ma quanta) pazienza esige la lettura dell’Antico Testamento. Il richiamo a Giobbe, eroe dell’omonimo Libro, è inevitabile. Ma Giobbe può non essere soltanto un personaggio biblico. Per ragioni drammaturgiche può chiamarsi così anche un’ammalata terminale. La Giobbe di Lodovico Balducci (un oncologo), non bastasse il male che la devasta senza rimedio, deve patire la sottile perfidia delle persone più vicine. Come al vessato patriarca idumeo tocca patire i rimproveri dei tre amici-canaglia, così la sfortunata protagonista è sotto il tallone di ferro del coniuge, del prete e della dottoressa, impegnati in una gara indecente a chi meglio sollecita l’infelice a giustificare il dolore alla luce di una qualche colpa personale (non bastasse quella ‘originale’). Di qui una solitudine doppia, sovrapprezzo alla sofferenza inflitta da una patologia che non fa sconti. Testo teatrale vincitore della I edizione del Premio Attore Artemisia 2017, ‘Giobbe’ è andato in scena giovedì scorso all’Anchecinema. La regia di Antonio Minelli esalta questo senso di desolazione : Il marito di Giobbe è un fantoccio, una specie di spaventapasseri che ingombra la scena, nella cui buia vastità annega la protagonista, interpretata dalla brava Silvia Mastrangelo. Come in un ‘braccio della morte’, Giobbe verga a parole l’ultima missiva, che in sostanza è anche un (molto) greve J’Accuse, una requisitoria implacabile rivolta non già alle crudeli leggi dell’esistenza, bensì alla stupidità umana, strumento di un Volere superiore e schiacciante (ma non abbastanza da impedire la germinazione di dubbi corrosivi). Balducci crocifigge una donna : il dramma della Giobbe del terzo millennio assume i colori di un femminicidio (chissà se, a sesso invertito, l’atteggiamento dell’autore sarebbe stato altrettanto pietoso e solidale). Giobbe invoca il diritto ad una fine dignitosa. Glielo negano. Allora s’inginocchia a implorare pietà. Ciò però sembra avvenire oltre i soffocanti confini della cerchia del prossimo. Lo scendere in platea di Giobbe per dare seguito al racconto della propria impotenza può essere letto in questi termini. Ma la scena, che pare anche alludere ad un essere Giobbe già scesa nella fossa, torna esageratamente forte. Opportuno il commento sonoro. Un lavoro che prende. Anche troppo. Lo si è colto al momento dell’applauso conclusivo, nel quale vibrava un che di spaesato. Ma bisogna capire che il calare del sipario ha rappresentato per tutti un ritorno “a riveder le stelle” dopo l’immersione nelle tenebre di un inferno ben più credibile (e terrifico) di quello descritto dal Maestro. Una produzione ResExtensa in collaborazione con Artemisia Teatro e Formediterre.

Italo Interesse

 

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