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Il mare occupava il Tavoliere

Si ritiene che una volta là dove si stende la Pianura Padana arrivasse il mare. Poi nei millenni i sedimenti trasportati dai tanti fiumi che scendono dalle Alpi e dagli Appennini avrebbero colmato l’ansa dando vita alla nota distesa. Se le cose andarono proprio così, la genesi del nostro Tavoliere non è difficile da immaginare. Dunque, quel braccio di mare che oggi chiamiamo Adriatico, un tempo si infilava nel vuoto raccolto tra l’altopiano Murgiano, i contrafforti del Sub Appennino Dauno e le pendici del Gargano. Ciò fa immaginare quest’ultimo come un massiccio roccioso prima interamente circondato dal mare, poi unito alla terraferma dall’azione dei corsi d’acqua. Guardando le cose con gli occhi di oggi si stenta a crederlo. Dei cinque fiumi che attraversano la Capitanata, nessuno può vantare un volume d’acqua paragonabile a un solo affluente del Po. Ma in passato le cose dovevano essere diverse. Chissà che un milione d’anni fa gli antenati di Ofanto, Fortore e Cervaro non fossero fiumi dalla portata notevole anche in estate, stagione in cui questi nostri corsi d’acqua si riducono a rigagnoli. E quale fra essi contribuì maggiormente all’unificazione geologica del Gargano alla penisola ? Alcuni studiosi assegnano questo merito al Candelaro invece che a Ofanto, Fortore, Cervaro e Carapelle. Ciò sulla base della particolarità del corso di questo fiume, che da nord-ovest scende quasi in linea retta verso sud-est separando nettamente Gargano e Tavoliere. Sarà così ? Il buon senso suggerisce che tale ‘merito’ vada ascritto anche a Triolo, Salsola e Celone, gli affluenti che arricchiscono il Candelaro dell’acqua che scende dal Sub Appennino Dauno. Si diceva prima dell’irriconoscibile Puglia di ere remotissime : il mare occupava il Tavoliere… Ma se è per questo l’Adriatico (chiamiamolo così) occupava anche la Terra di Bari, fermandosi al primo scalino murgiano. Segni fossili inequivocabili lo dimostrano. Il più clamoroso fu rinvenuto nel luglio del 1968 : Ragazzi stavano giocando al pallone nel Canale Valenzano, a sud del capoluogo, quando fecero caso alla regolarità geometrica con cui dal fondo dell’alveo spuntavano quelle che a tutta prima sembravano comuni pietre. Quel sospetto non rimase sul terreno di gioco, i ragazzi ne parlarono in famiglia e la voce si sparse. Qualche settimana dopo un gruppo di paleontologi si recava sul posto. Quale non fu la loro meraviglia nel ritrovarsi dinanzi allo scheletro fossile di una balena vissuta nell’Olocene, circa un milione e settecentomila anni fa (dopo un faticoso lavoro di estrazione dal banco tufaceo quel fossile oggi costituisce il reperto più prezioso del Museo di Scienze della Terra del Campus Universitario).

Italo Interesse

 

 

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