Cultura e Spettacoli

Il mostro e la bufala. L’emergenza cinghiali è altra cosa

Dopo mesi d’agonia, è morto l’anziano di Porto Santo Stefano (Grosseto) che questa estate si era scontrato in sella a un motorino contro un cinghiale nei pressi della propria abitazione. Si allunga la lista delle persone decedute in questo genere di incidenti. L’ultima vittima pugliese si chiamava Luigi Turco, figura di rilievo nel modo agricolo della Capitanata. La notte dell’11 marzo di quest’anno, mentre rientrava, un branco di cinghiali gli tagliava la strada, Perso il controllo del mezzo di cui era alla guida, il povero Turco finiva fuori strada morendo sul colpo… La pericolosità e il numero dei cinghiali in circolazione è fuori discussione. Discutibili, invece, sono le dimensioni di queste bestie. L’enfasi piena di risentimento che accompagna questi eventi luttuosi e le devastazioni agricole che vedono protagonisti i cinghiali fa sì che, specie ad ogni morto, le dimensioni, già ragguardevoli, di questi animali, crescano oltre il ragionevole. Così, soprattutto in Rete, si parla con insistenza di mega cinghiali, di mostri grandi come tori, quando invece il cinghiale arriva al massimo a 200 Kg, salvo toccare il tetto dei 250 in caso di ibridazioni con scrofe domestiche. Ma l’uomo della strada, resta un illuso. Legato ai sogni (e quindi anche agli incubi), non sa, non vuole staccarsene. E la Rete, maliziosa, l’accontenta. Fotomontaggi, talora grossolani (vedi immagine), mostrano cacciatori soddisfatti in posa davanti a carcasse di cinghiali grossi quanto ippopotami. Ad aprile del 2017 su Giornale Italiano si leggeva dell’abbattimento nel cosentino di un cinghiale “del peso record di oltre settecento chilogrammi”. A farlo fuori, una squadra composta da quattro cacciatori calabresi di cui “uno di origini asiatiche”. Ma che fatica, racconta un componente dell’eroica squadra, tale Fabrizio : “Per abbatterlo abbiamo dovuto usare tutte le nostre cartucce, sembrava immortale”. Ma veramente?… Anni fa, tale Petr Maximov, un cacciatore degli Urali, avrebbe ha abbattuto un cinghiale di 535 kg… La relativa immagine, diffusa in Rete, è un fotomontaggio raffinato. Tuttavia, attenzione, l’anomalia genetica – ovvero l’eccezione e non la regola – è sempre dietro l’angolo. Tra il 2001 e il 2004 si parlò con insistenza di un cinghiale dalle dimensioni spaventose avvistato da molti nelle foreste dell’Alapaha, in Georgia e battezzato Hogzilla. Dopo la metà del 2004 non si registrarono più avvistamenti. E sui mezzi di comunicazione quanti  giuravano d’aver visto Hogzilla furono sbeffeggiati al pari di quelli che blaterano a proposito di alieni, chupacabra, uomini delle nevi ed altre stranezze. Ma sei mesi dopo un tale Chris Griffin, un agricoltore che allora viveva in una isolatissima fattoria dell’Alapahasi si fece avanti a dire che il ‘mostro’ era davvero esistito, ma adesso non era più in grado di nuocere : l’aveva ucciso lui a colpi di fucile. Hogzilla misurava quattro metri di lunghezza e pesava, ad occhio, un quattro quintali e mezzo. Gli scettici potevano munirsi di una pala e scavare nel punto in cui il mostro era stato seppellito. Si presentò un team di scienziati della National Geographic. Griffin li condusse sul luogo della sepoltura. Lo scavo riportò alla luce i resti di un colosso lungo 2,4 metri e pesante 360 kg. L’esame del DNA rivelò poi che il mostro era un meticcio dell’età di sette anni e frutto dell’incrocio tra una femmina di scrofa e un cinghiale. Un altro maiale selvatico, dunque, benché eccezionalmente grande. Chissà allora nei boschi vicini a Cernobyl, dove cinghiali colpiti dalle radiazioni invece di morire potrebbe aver resistito alle stesse sviluppandosi in modo anomalo… Queste eccezioni, non appartengono solo al presente globale. Torniamo indietro di otto secoli: Si vuole che Apricena debba il suo nome ad una delle tante leggende che riguardano Federico. Nei fittissimi boschi che nel Duecento avvolgevano il piccolo centro del foggiano, un giorno il Puer Apulia, cacciatore incallito, avrebbe trafitto un cinghiale di dimensioni inaudite. Esaltato dall’evento, Federico volle festeggiarlo intavolando una ricchissima cena, il cui pezzo forte, manco a dirlo, fu l’immenso suino. Apricena fu così battezzata in memoria di quella pantagruelica tavolata; aper in latino significa ‘cinghiale’, per cui apris-coena sta per  ‘cena – a base – di cinghiale’).

 

Italo Interesse

 


Pubblicato il 7 Dicembre 2022

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