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Il sandalo del pellegrino

Ancora oggi, non esiste pellegrino che giunto sul luogo di devozione non lasci traccia del proprio passaggio. Un costume che oggi ha assunto caratteri obbrobriosi per la facilità con cui si può disporre di un tratto-pen indelebile, tant’è che in molti santuari si è dovuto ricorre a vistosi cartelli d’ammonimento e persino a videocamere a circuito chiuso (il quale malcostume trova spiegazione – ma non giustificazione – nel fatto che la diminuzione dei tempi, dei rischi e dei costi di viaggio, nonché la desacralizzazione delle culture, hanno fatto involvere il fenomeno del pellegrinaggio in una sottoclasse del turismo di massa, tant’è che tra gli operatori del settore si parla, senza pudore, di ‘turismo religioso’). In passato, quando pochissimi sapevano scrivere, i devoti si limitavano a incidere sui muri dei luoghi di culto rudimentali graffiti : un cerchio, una croce, un fiore, una croce, un pesce… Chi cercava un segno più personale poggiava sul muro la mano sinistra e con un chiodo ne imprimeva il contorno (impensabile il contrario, potendosi individuare nell’uso della sinistra – la mano del demonio! – il più grave affronto ai valori cristiani). Altri pellegrini mossi dal desiderio di sottolineare l’aspetto più vistoso del gesto devozionale, ovvero l’aver raggiunto il Santuario dopo giorni, settimane, anche mesi di cammino, invece che quella della mano graffiavano sul muro l’orma del piede, o meglio del sandalo. Il ‘Sandalo del pellegrino’ è testimonianza presente in molte chiese. In Italia se ne ritrovano nelle chiese di San’Irene a Catignano (PE), di S. M. Orabona di Manoppello (PE), di S. Maria di Pantalica (SR) e nell’Abbazia di San Pietro di Villanova (VR). Un’orma di questo genere (vedi immagine) segna il muro di una chiesa pugliese. Situata sulla strada provinciale che collega Squinzano a Casalabate, l’abbazia di Santa Maria di Cerrate, è uno dei più significativi esempi di romanico otrantino. Stando alla leggenda, l’abbazia fu fondata alla fine del XII secolo da Tancredi d’Altavilla, conte di Lecce. La leggenda vuole che in questo luogo sia apparsa a Tancredi la Madonna, fra le corna di un cervo, da cui il nome (Cerrate o Cervate). La località fu un importante polo religioso e culturale fino al Cinquecento, successivamente trasformata in masseria. Nel 1711 l’abbazia venne saccheggiata dai pirati turchi e cadde in uno stato di abbandono, proseguito fino al restauro del 1965 curato dalla Provincia di Lecce. Il complesso rimase di proprietà dell’ente locale fino al 2012, anno in cui è passato al Fondo Ambiente Italiano. L’orma di Cerrate, come si può notare, è quella di un piede sinistro…

 

 

Italo Interesse

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