Il significato della Trasfigurazione, tra fede e luce
A colloquio con padre Antonio Calisi, sacerdote cattolico di rito bizantino

Il sei agosto è la festa della Trasfigurazione del Signore nel calendario della Chiesa cattolica. Vediamo come questa festa è vissuta anche nel campo della Chiesa cattolica orientale e lo facciamo con padre Antonio Calisi, sacerdote cattolico di rito bizantino, teologo e noto iconografo.
Padre Antonio, come si vive questa festa nella sensibilità orientale?
“La Trasfigurazione del Signore, nota in greco come Metamorphosis, è una delle dodici Grandi Feste (Dodekaorton) dell’anno liturgico bizantino. È situata in un momento liturgico di profonda riflessione: il 6 agosto rientra infatti nei primi quattordici giorni del mese dedicati al Digiuno della Dormizione della Madre di Dio (1-14 agosto). La Chiesa ha stabilito questa data collocandola simbolicamente 40 giorni prima della festa dell’Esaltazione della Santa Croce (14 settembre). La tradizione vuole che la Trasfigurazione sia avvenuta 40 giorni prima della Crocifissione di Cristo; tuttavia, per non affievolire la gioia di questa luce divina durante il clima penitenziale della Grande Quaresima prima della Pasqua, i Padri l’hanno trasposta ad agosto, mantenendo il legame di quaranta giorni con la festa autunnale della Croce. È una festa di luce nel cuore di un tempo di digiuno, a ricordarci che la meta di ogni disciplina spirituale è la visione della Gloria di Dio.”
Entrando nel merito della liturgia bizantina, quali sono gli elementi rituali, i testi e i gesti particolari che caratterizzano la celebrazione di questo giorno?
“La liturgia bizantina celebra la Trasfigurazione con un rigoglio di inni patristici di rara bellezza, in particolare quelli di San Giovanni Damasceno e San Cosma il Melode. Nel Grande Vespro e nel Mattutino (Orthros), la teologia dei Padri diventa canto. Un concetto chiave ricorre costantemente: Cristo rivela ai discepoli la Sua gloria divina «secondo quanto ne erano capaci».
Come canta famoso l’Apolytikion (tropario) della festa: «Ti sei trasfigurato sul monte, o Cristo Dio, mostrando ai Tuoi discepoli la Tua gloria, per quanto era loro possibile. Fa’ brillare anche su di noi peccatori la Tua luce eterna…» Un gesto rituale bellissimo e molto antico è la Benedizione dell’Uva (e di altre primizie della terra) al termine della Divina Liturgia. L’uva viene portata in chiesa e benedetta con una preghiera speciale.
Questo gesto non è un semplice rito agricolo, ma ha un valore altamente teologico: l’uva, che diventerà vino ed Eucaristia, viene offerta a Dio per dimostrare che, attraverso la Trasfigurazione di Cristo, l’intero creato viene benedetto, santificato e avviato alla sua trasformazione finale”.
Veniamo all’Iconografia, uno dei pilastri della teologia visiva bizantina. L’icona della Trasfigurazione non è soltanto un’illustrazione del Vangelo, ma una vera e propria catechesi visiva. Come viene rappresentata?
“L ‘’icona della Trasfigurazione è considerata per tradizione la “prima icona” che ogni pittore di icone (iconografo) deve imparare a dipingere. Il motivo è spirituale: prima di poter rappresentare il volto dei santi o di Cristo, l’iconografo deve aver fatto esperienza, nella preghiera, della Luce del Tabor.
L’icona è strutturata su due livelli distinti ma comunicanti: la parte superiore (il Cielo / la Divinità). Al centro svetta Cristo, vestito di abiti candidi o sfolgoranti di luce dorata. Dietro di Lui c’è la Mandorla (i cerchi o l’ovale di colore blu scuro, viola e oro), che simboleggia l’inaccessibilità della natura divina e la “nube luminosa”.
Da Cristo partono raggi di luce che toccano le figure circostanti. Ai Suoi lati vi sono Mosè (che rappresenta la Legge e i defunti) ed Elia (che rappresenta i Profeti e i vivi, essendo stato assunto in cielo). Entrambi avevano cercato di vedere il volto di Dio nell’Antico Testamento (sull’Oreb e sul Sinai) e ora lo contemplano svelato in Cristo
Nella parte inferiore (la Terra / l’Umanità) abbiamo, alla base del monte, i tre discepoli prescelti: Pietro, Giacomo e Giovanni. Essi sono rappresentati letteralmente travolti dalla Luce, caduti a terra in atteggiamenti di scompiglio e timore. Pietro è spesso raffigurato mentre tenta di rialzarsi indicando Cristo; Giovanni si copre gli occhi incapace di sostenere il bagliore; Giacomo si volge indietro tramortito. Il loro scompiglio contrasta con la maestosa pace della figura di Cristo”.
Padre Antonio, per concludere: qual è il profondo significato teologico e spirituale che la Trasfigurazione offre oggi al fedele e all’uomo contemporaneo?
“Il cuore della teologia bizantina sulla Trasfigurazione si fonda sulla distinzione tra l’Essenza e le Energie divine non create, formulata in modo definitivo da San Gregorio Palamas nel XIV secolo. Sul Monte Tabor, i discepoli non hanno visto l’Essenza di Dio (che rimane inaccessibile), ma hanno contemplato le Sue Energie non create: la Luce Taborica. Questa Luce non era una luce fisica o una visione esteriore, ma un’apertura degli occhi spirituali dei discepoli. Cristo non è “cambiato” sul monte; Egli ha semplicemente mostrato ai discepoli la gloria che ha sempre posseduto.
La Trasfigurazione ci rivela la vera vocazione dell’essere umano. Cristo ha assunto la nostra natura umana fragile e l’ha riscaldata, penetrata e sfolgorata con la Luce divina. Questo significa che anche il nostro corpo, la nostra carne e il nostro vissuto quotidiano sono chiamati a essere trasfigurati dalla Grazia. Nel tempo attuale la Trasfigurazione ci insegna la “teologia dello sguardo”. Chi vive nella preghiera e nei Sacramenti impara a vedere la realtà, gli altri e il creato non con gli occhi della carne, ma immersi nella Luce di Dio. La Trasfigurazione è l’anticipazione della resurrezione finale, la promessa che la luce ha già vinto le tenebre”
Bruno Volpe
Pubblicato il 6 Agosto 2026



