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Il “soavissimo” sale di Taranto

Quando in Puglia si parla di sale, non bisogna pensare unicamente a Margherita di Savoia. Intorno a Taranto si raccoglieva il sale già in epoca precristiana (Plinio il Vecchio lo loda molto definendolo “suavissimum”). Un tempo la città dei due mari era avvolta da saline, le più importanti delle quali erano la Salina Grande, quella Piccola, le Terre Salse, le saline del Lato, di Aere Vetere e Torre Colimena, detta anche Salina dei Monaci (Benedettini). Queste le saline esposte al mare. C’erano poi quelle ‘nascoste’, nel senso che avevano posizione retrodunale : alcune erano ristagni naturali, altre erano artificiali. Le saline artificiali consistevano in vasche scavate nel bancone roccioso e alimentate dal mare mediante canali. In origine queste miniere a cielo aperto rientravano nel cosiddetto demanio universale, aperto ai diritti consuetudinari della popolazione. Chiunque poteva approvvigionarsi di sale ; unico divieto era fare commercio di quel sale. Ma con l’avvento del feudalesimo poco a poco le saline scivolarono nelle mani dell’aristocrazia e del clero. La conseguenza fu la promulgazione di crescenti limitazioni a danno del popolo tarantino. Dopo una fase intermedia in cui l’Autorità tollerò che si prelevasse la quantità di sale necessaria al consumo personale, si pervenne al divieto assoluto. La pressione fiscale, l’avidità di nobiluomini e preti, nonché l’assenza di un’imprenditoria all’altezza della situazione andarono a scapito delle potenzialità economiche di questa importante risorsa. Già in declino, le saline tarantine patirono il colpo di grazia quando decollarono quelle di Margherita di Savoia. Non restava che bonificare, cosa che ebbe inizio sotto Gioacchino Murat. Ma il tentativo spesso maldestro di valorizzare le terre ricavate dall’opera di bonifica destinandole al pascolo o all’agricoltura non giunse mai a compimento. Alcune saline, addirittura, non furono nemmeno sfiorate dall’intervento. Venuto meno anche l’interesse a continuare a sfruttarle a causa del mutamento del quadro socio-economico, vennero abbandonate a sé stesse. Le poche sfuggite all’avanzata antropica andarono incontro ad un fenomeno di rinaturalizzazione. Alcune di esse ospitano oggi un’avifauna così ricca da meritare il riconoscimento dall’Unione Europea di Sito d’Interesse Comunitario. E’ il caso delle saline del Mar Piccolo (da poco dichiarate anche Riserva Naturale della Regione Puglia) e della Salinella, che occupa l’antico letto del fiume Bradano, al confine con la Basilicata. Non può dirsi la stessa cosa per la Salina Grande che, sfiorata dall’espansione edilizia, è spesso adoperata come discarica abusiva. – Nell’immagine, fenicotteri rosa nella Salina dei Monaci in località Torre Colimena.

 

Italo Interesse

 

 

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