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Il ventennio barese di De Martino

Dal 2015 una lapide apposta sulla facciata del Liceo Scacchi ricorda la figura di Ernesto de Martino (1908-1965). La scelta di quell’Istituto scolastico si spiega col fatto che De Martino visse una ventina d’anni a Bari, dove insegnò Filosofia proprio allo Scacchi.  Un atto dovuto, dunque, per l’uomo che fondò l’antropologia culturale e che fu tra i più noti etnologhi del mondo. L’etnologia studia la struttura delle società primitive. Ciò significa fare ricerca là dove ancora esistono gruppi umani rimasti allo stadio primordiale oppure cercare le tracce di questa essenzialità nei contesti sociali non del tutto progrediti, come ad esempio il nostro Mezzogiorno, area culturale rimasta in qualche modo vergine sino agli anni del boom economico. Ernesto De Martino, di cui oggi ricorre il cinquantesimo anniversario della morte, è stato il più grande studioso delle società contadine del ‘suo’ sud (era nato a Napoli). In particolare la Puglia lo attraeva, terra con la quale ebbe un rapporto privilegiato prim’ancora di conoscere il successo. Tra il ’43 e il ’45, infatti, lavorò come segretario di Federazione in Puglia per il Partito Socialista Italiano. E il suo primo libro, ‘Naturalismo e storicismo dell’etnologia’ (1941) fu pubblicato dal nostro Laterza, dietro espressa raccomandazione di Benedetto Croce. A quell’opera ne seguirono molte altre. Nell’ambito della produzione di De Martino, si distinguono i lavori appartenenti alla fase ‘meridionalista’ : ‘Morte e pianto rituale nel mondo antico : dal lamento pagano al pianto di Maria’ (Einaudi, Torino, 1958), ‘Sud e magia’ (Feltrinelli, Milano, 1959) e ‘La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud’ (Il Saggiatore, Milano, 1961). Quest’ultimo libro è frutto di ricerche effettuate nel territorio salentino col contributo di un medico, uno psichiatra, una psicologa, uno storico delle religioni, un’antropologa culturale e un etnomusicologo; completava l’agguerrita formazione  un documentarista cinematografico. Nello studiare il tarantismo, l’antico rito contadino caratterizzato dal simbolismo del ragno che morde e avvelena e della potenza estatico-terapeutica della musica abbinata alla danza, De Martino definisce molto felicemente il Salento come la “terra del cattivo passato che torna e opprime col suo rigurgito”. ‘La terra del rimorso’ è opera fondamentale del nuovo indirizzo assunto in Italia dall’etnologia, dall’etnomusicologia, dall’etnopsichiatria e dall’antropologia medica. Un lavoro che si distingue per l’impostazione inedita, ben lontana dallo stampo folclorico della precedente letteratura meridionalistica. De Martino lasciò il segno indicando come quelle arcaiche pratiche rituali avessero la funzione di scongiurare le ansie di un’esistenza segnata dalla povertà e dall’emarginazione. Un libro bellissimo, ricco di note, aneddoti, squarci storici preziosi e intuizioni illuminanti. Soprattutto piace in ‘La terra del rimorso’ questo approccio rispettoso, pieno di simpatia e stima verso genti, quelle dell’entroterra pugliese, abitualmente trattate dall’allora sociologia egemone con paternalismo elitario, espressione di quella cultura snob-salottiera che tanto ha sulla coscienza il pregiudizio a danno delle classi sociali meno fortunate.

 

Italo Interesse

 

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