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Il villaggio Trieste commemora il dramma delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata

“Quando doman, in viagio,ti rivarà sul mio paese,carezime, te prego,la cesa, el campanil, la mia caseta, Fermite, un momentin, solo un momento, sora le tombe del vecio cimitero e basa una per una le lapide e le crose e dighe ai Morti, dighe luna, te prego, che no dimentichemo”. Recitano così i versi di una delle più belle poesie scritte da Bepi Nider, genio della poesia, che in poche righe è riuscito a racchiudere tutto lo strazio di un popolo sradicato violentemente dalla propria terra, al culmine dell’orrore perpetuato all’Italia e ai suoi cittadini dai gendarmi di Tito al termine del secondo conflitto mondiale. E’ scritta in istriano, eppure non occorre tradurla, tanto quel dialetto è italiano. E sembra di vederlo quell’anziano poeta con gli occhi lucidi che mormora alla luna. Parla di croci da baciare piano, quasi non gli importi più evidenziare che c’è voluto il “foibe memorial day” per poter vedere in tv, 60 anni dopo, una fiction sulle sofferenze degli istriani e uno special sul loro genocidio. Per poter sentire dalla voce di un testimone la storia di un suo fratello, catturato dai Titini, torturato, evirato, buttato vivo in una foiba coi genitali in bocca e i polsi legati con il filo di ferro, ad agonizzare tra i vermi degli altri cadaveri, poi tirato su e mostrato morto alla madre e alla sorella. O come la storia di Norma Cossetto, studentessa universitaria istriana, violentata, torturata e gettata viva in una foiba solo perché figlia di un amministratore locale di Visinada, comune di residenza della giovane martire e della sua famiglia. Tra il 1945 e il 1956 sono state circa 20 mila le vittime e oltre 350 mila gli sfollati della pulizia etnica jugoslava a danno degli italiani residenti in Istria, Dalmazia, e in quei territori di nord-est consegnati dagli Alleati al nascente Stato jugoslavo al termine della seconda guerra mondiale. Un numero ancora inesatto ed in continuo aggiornamento date le innumerevoli foibe inesplorate e inaccessibili presenti nei territori vicini a quella che una volta era la vasta Venezia-Giulia, oggi territorio sloveno e croato. Ma il dramma degli esuli e dei sopravvissuti non terminò con il dolore per la perdita dei propri cari e della propria terra, ma li attendeva un lungo e difficile pellegrinaggio per tutta l’Italia, prima di poter ricominciare un’esistenza dignitosa, seppur segnati indelebilmente dallo sradicamento e con la morte nel cuore. Nel 1954 Bari ebbe un ruolo importantissimo nell’accoglienza  infatti fu tra le prime città ad ospitare questi profughi ai quali, nel 1956,  concesse delle piccole case costituenti, appunto, il quartiere ‘Villaggio Trieste’ situato tra lo Stadio della Vittoria e la Fiera del Levante. Ventisei palazzine per un totale di 316 mini-appartamenti che rappresentavano l’inizio di una nuova esistenza per coloro che avevano perso tutto a causa degli accordi scellerati tra gli Stati per la risoluzione della guerra. La particolarità del quartiere, che lo rende tutt’oggi unico nel suo genere, sta nella capacità di questa Comunità, composita per etnia e provenienza, di convivere pacificamente tra usanze orientali, accenti tripolitani, piatti greci e radici italiane. Anche le differenze religiose non sono mai state un problema data la presenza di fedeli cattolici, ortodossi e mussulmani. Il tema dello sradicamento per motivi bellici è un argomento mai così attuale in un periodo nel quale si parla di migrazioni solo in termini di accoglienza e quasi mai ci si sofferma a pensare alla profonda sofferenza che comporta, nel migrante, l’abbandono della propria terra d’origine. Il 10 febbraio di ogni anno è l’occasione giusta per far riflettere le istituzioni e l’opinione pubblica su quanto è accaduto e quanto ancora accade, in maniera similare, ai popoli che in questi anni stanno abbandonando la propria terra d’origine in cerca di una terra promessa inesistente. Eppure sembra che il passato non abbia insegnato nulla e allora le commemorazioni finiscono spesso nel calderone delle attività da “smarcare” una volta l’anno, perseverando nel voltare la testa (e la coscienza) dall’altra parte per non vedere la sofferenza e l’abbandono a cui sono destinati i migranti una volta approdati sulle nostre coste, con tutte le conseguenze descritte dai fatti di cronaca degli ultimi giorni. Ma fortunatamente c’è anche chi utilizza la “Giornata del Ricordo” di ogni anno, per unirsi alla comunità degli esuli nel commemorare i fatti che gli hanno coinvolti in prima persona, veicolando le loro storie alle nuove generazioni, affinché la memoria non vada perduta e diventi sempre più un valore condiviso da tutti. Per la commemorazione di quest’anno, prevista nella mattinata di sabato 10 febbraio, oltre alla consuetudinaria messa per i Caduti celebrata presso la chiesa di S. Enrico, il Villaggio Trieste ha organizzato alle ore 11.00 una deposizione di corona d’alloro, da parte dei rappresentanti delle istituzioni regionali e cittadine, presso la targa posta in  largo Don Policarpo Scagliairini. A seguire ci si potrà intrattenere con gli anziani esuli che racconteranno le loro storie a testimonianza di quanto accaduto nel nord-est italiano a fine guerra. Domenica 11 febbraio, invece, a partire dalle ore 16.30, ci sarà una fiaccolata silenziosa per le vie del Villaggio Trieste, così che gli italiani trucidati e, soprattutto, gli esuli ancora in vita sappiano che noi “no dimentichemo”.

 

Maria Giovanna Depalma

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