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Ivan Zaytsev: “La vita è una battaglia continua anche nello sport”

Di solito per uno sportivo professionista, da un tecnico o giocatore di altissimo livello, si sente spesso l’affermazione: “Vincere è l’unica cosa che conta”. A volte però si vince anche con la comunicazione, con la gestualità, per quello che si compie in campo, da grande professionista leader o da gregario, e noi abbiamo intervistato uno di questi, un leader dentro e fuori dal campo, il miglior schiacciatore di Italia ma forse senza esagerare anche nel panorama europeo ed ancora di più a livello internazionale, stiamo parlando di Ivan Zaytsev, della Modena Volley, club di prima fascia. Un campione non solo per tutto il medagliere vinto e figlio di campioni, ma di umiltà e generosità e per il suo impegno nel sociale e concreto che lo contraddistingue in uno scenario sportivo macchiato in altri sport dalle scommesse, dai fenomeni di violenza tra atleti e da tutto ciò che non è consono ad un atleta professionista che essendo mediaticamente esposto, si ispirano migliaia di ragazzini e ragazzine.

Gli è stato affibbiato il soprannome di “Zar” ma lui è Ivan Zaytsev, classe 1988, è nato e cresciuto in Italia. Più precisamente a Spoleto, figlio di un palleggiatore e una nuotatrice, entrambi russi. È il simbolo della pallavolo italiana, una carriera, tra l’Italia e l’estero, fatta di tanti snodi e vittorie. Prima gli esordi nella San Pietroburgo a 7 anni, poi il rientro in Italia e le prime partite nelle giovanili del Perugia Volley, fino al debutto in Serie A1 a 16 anni. I primi successi sono arrivati nel 2012 con la Supercoppa italiana e lo scudetto nella stagione successiva con la Volley Lube, mentre gli anni tra il 2014 e il 2016 li ha passati fuori dall’Italia: prima in Russia con la Dinamo Mosca dove ha vinto la Coppa CEV, e poi in Qatar, dove ha vinto la Coppa dell’Emiro. Fino al ritorno in Italia a Perugia. E poi tre medaglie d’argento con la maglia azzurra della Nazionale: due nei campionati europei, una nella Coppa del mondo in Giappone nel 2015 e una alle Olimpiadi di Rio 2016. Nel 2017 il premio come miglior schiacciatore della Champions League. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Ivan sulla sua carriera, dagli albori ad oggi, con tanti aneddoti. Si ringrazia per la disponibilità l’Ufficio Stampa della Modena Volley e della Nazionale italiana di volley, oltre che Ivan Zaytsev.

Tutto è partito dalla Russia, il tuo primo approccio alla pallavolo a soli sette anni eri già nel San Pietroburgo, che ricordi hai e se sei d’accordo con l’ex tennista campionessa italiana Roberta Vinci che intervistata da noi a margine di una manifestazione tennistica internazionale, ha rivelato: ‘bisogna giocare per divertirsi sin da piccoli se no si perde di vista tutto il resto’, ti ritrovi perfettamente o dissenti?

Io ho iniziato tra le mura di casa a giocare con mio padre che qualcosina l’ha vinta (ndr – ride), ma senza nessuna costrizione sia chiaro, avrei potuto fare qualsiasi altro sport, lui sarebbe stato comunque il papà più felice. I genitori nella crescita di un ragazzino hanno un peso enorme, l’educazione ed il rispetto del prossimo sono valori importanti e difficili da trasmettere, io sono grato ai miei per tutto quello che hanno fatto. Come dicevo, ho iniziato a giocare prima a livello amatoriale schiacciando contro il muro e poi sono andato in palestra dove ho iniziato prima con il mini-volley e subito dopo con il San Pietroburgo e grandi maestri al seguito, ma senza mai di perdere la vera essenza come ha detto la Vinci, ovvero di ‘divertirsi’. Non serve forzare i ragazzi, lo trovo controproducente. L’agonismo resta un fattore importante, ma tuttora io penso a divertirmi sempre e la gioia di stare in mezzo al campo con i compagni, condividere vittorie e sconfitte, è qualcosa di unico che ti fa crescere tantissimo.

A 16 anni hai debuttato nei professionisti e subito qualche anno dopo hai vinto il tuo primo trofeo, conquistando peraltro la promozione ma soprattutto vivendo anche il cambiamento del ruolo da palleggiatore a schiacciatore, che difficoltà hai riscontrato e svelaci qualche particolare?

Pure se è passato un po’ di tempo ricordo tutto benissimo. E’ stato un cambiamento inaspettato, anche se nel percorso che stavo realizzando ero consapevole della mia forza e che mi sarei potuto spingere oltre. E’ stato bello sicuramente ma molto faticoso, mi sono riempito di antidolorifici, dal collo a tutto il corpo ne ha risentito, non è stato facile. E’ avvenuto un cambiamento non da poco per un palleggiatore. Ho realizzato una marea di schiacciate e fui eletto anche MVP, una piacevole sorpresa per tutti, non per il sottoscritto che ha sempre creduto nella forza del lavoro. Alla fine di tutto il fisico si è adattato in fretta, e sono aumentate anche le soddisfazioni. Grazie ai coach che hanno creduto in me.  

Nel 2008 ha acquisito la cittadinanza italiana ed hai iniziato a vivere il sogno azzurro, vincendo nel 2009 i Giochi del Mediterraneo e di lì in poi una sfilza di importanti medaglie, tra campionati europei, Coppa del Mondo, Word League  e Giochi Olimpici, ti chiedo in due battute quale quella più bella e quella. Invece. tra più amara?

Si, parla dell’argento a Rio De Janeiro alle XXXI Olimpiadi del 2016, è allo stesso tempo la gioia più grande e quella più amara. E’ stato l’argento più intenso, figlio di un gioco collettivo, un qualcosa di fantastico, da una semifinale che ci ha visti trionfare, alla finale contro gli Stati Uniti dove avremmo meritato un esito diverso, ma va accettato il verdetto del campo. Poi, non rinnego assolutamente le altre medaglie dalla prima all’ultima, hanno tutte un grande significato. L’obiettivo è quello sempre di migliorarsi e non sentirsi mai arrivati.

 

La tua impresa, più bella oltre le gesta sportive, tua moglie e i tuoi tre figli Alessandro Sasha’, Sienna e Nasicaa, ultima arrivata soltanto il 3 ottobre 2019, raccontaci che emozione è diventare papà e se già il piccolo Sasha è un promettente pallavolista?  

Assolutamente sì, insieme all’evoluzione dal punto di vista sportivo della mia carriera c’è stata una crescita senza limiti della mia vita personale. Dal mio amore, mia moglie Ashling con la quale ho avuto tre figli Alessandro Sasha che ha già cinque anni. Sienna lo scorso anno e l’ultima arrivata, Nausicaa. Sono gioie incommensurabili, fare il papà è fantastico. Sahsha già pallavolista? Non corriamo, lui sta facendo più sport, sceglierà lui quale sport praticare, io sono già felicissimo così.

Tra le tue tante qualità: l’essere leader non è da tutti, così come mantenere alta la concentrazione in un team, essere un costante riferimento per tanti ragazzi che si approcciano alla pallavolo, come gestisci questa responsabilità?

E’ bello essere un modello per tanti ragazzi. Responsabilità? Me ne assumo sempre, non so se è un mio pregio o difetto. Ma bisogna essere di esempio soprattutto se si ha la fortuna di giocare ad alti livelli e sei seguito da tanti ragazzi e ragazze, devi trasmettere i valori puliti dello sport, rispettare i tuoi compagni ed il coach ed accettare anche la sconfitta. Saper fare una vita sana ed avere una corretta alimentazione, essere sempre di esempio non solo per chi ti segue, ma per te stesso, per la tua società sportiva e per il tuo fisico stesso.

 

Come sta andando questa stagione in corso con la Modena Volley, quali obiettivi ti sei posto come club e con la Nazionale in vista di Tokyo 2020?

 

No alla Nazionale non ci sto pensando, mi assorbirebbe tante energie. Sto pensando al Modena ed a vincere con il mio club, assieme ai miei compagni di squadra. A dare sempre il massimo e regalare soddisfazioni ai nostri tifosi. Tokyo 2020 sarà un’altra bella sfida, ma prima c’è il campionato e gli impegni europei con il mio club. Stiamo giocando una bellissima pallavolo ed alla lunga i risultati arrivano sempre.

 

Hai scritto insieme all’ex rugbista Marco Pastonesi, un libro intitolato ‘Mia’ a carattere autobiografico, edito da Rizzoli nel 2017, dove tra le tante esperienze di vita vissuta racconti della tua pallavolo, dell’amore ma anche delle guerre, c’è un capitolo che ti ha preso maggiormente o cosa aggiungeresti?

 

Di andare a comprare il libro, scherzo. E’ stata una bellissima esperienza insieme ad un amico Marco Pastonesi, che veniva da un altro mondo quello del rugby. Lui era ignaro della pallavolo, si è appassionato ed abbiamo scritto assieme questo libro. Le guerre? Ci sono stanti tipi di guerre, anche psicologiche ed in campo, tutti i giorni la vita è una battaglia che devi vincere, anche quando cadi, devi saperti rialzare.

 

Quali sono le tue mansioni nel sociale dato che sei diventato nel 2017 ambasciatore del World Food Programme Italia, ma soprattutto voglio chiudere questa intervista con una tua ‘schiacciata virtuale’ ovvero con un messaggio contro il razzismo.

 

Ho incontrato qualche tempo fa i vertici delle Nazioni Unite nella sede della Fao. Mi hanno dato l’onere e l’onore di essere ambasciatore di portare un messaggio di pace, di essere promotore contro la fame nel mondo, sempre ‘against racism’, e di non farlo solo in occasioni di manifestazioni particolari. Ma anche sui miei profili social, ed in tutto, sono abituato a metterci la faccia. Non nascondo che mi sono attirato anche antipatia e qualche insulto, ma vado avanti a testa alta, e sono vicino a chi è in difficoltà a tutti coloro che subiscono disagi, non per ultima la violenza sulle donne ed incentivare a denunciare abusi che possono avvenire anche nello sport. Noi sportivi dobbiamo farci portavoce ed essere di esempio e soprattutto denunciare illeciti, irregolarità ed abusi. Dalla parte dei più deboli, questo è Ivan e sarà sempre così!

Marco Iusco

 

 

 

 

 

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