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“Judo non è solo uno sport, è un metodo educativo”

“Il judo non è solo uno sport, né un’arte marziale: è un metodo educativo e come tale va proposto. Con il judo si cerca di educare la mente, il corpo ed il cuore attraverso una disciplina di combattimento, non per questo considerandola – come accade in Occidente – un’arte marziale, travisando sui suoi contenuti educativi”. Sono questi i questi termini che ha usato Beppe Tribuzio nel presentare, presso l’ex Palazzo delle Poste  il suo nuovo libro, “Judo, Educazione e Società: una proposta politica per nuove politiche sociali”. Il testo non appare sempre semplice. E’ un testo specifico, accademico: un testo di sociologia denso di contenuti tecnici ad uso propedeutico con comparazioni, analisi ed assonanze, senza apparire noioso o poco limpido. Il Judo (lett. “via della gentilezza”) nasce in Giappone nel 1882 ad opera del prof. Jigoro Kano. Divenuto ufficialmente disciplina olimpica nel 1964, in Italia si sviluppa durante i primi cinquant’anni del Novecento, rimanendo per molti anni legato all’ambito militare. Oggi nel nostro paese questa disciplina conta poco più di centomila judoisti.A chi domanda il perché il judo dovrebbe avere così grande valenza formativa e a chi obietta che il judo, diversamente da altri sport, non essendo uno sport di squadra, insegna poco, Tribuzio risponde: «Il Judo non è uno sport individuale: bisogna essere almeno in due e i due devono collaborare nello stesso progetto. Il concetto di squadra è molto limitato: in una scuola di judo si è in centinaia. Soprattutto il judo insegna ad avere rispetto per l’ambiente, per te stesso e per l’altro» (qualità che, effettivamente, al Tribuzio manca).Presente alla conferenza anche il Magnifico Rettore dell’Università di Bari, prof. Antonio Felice Uricchio: «attraverso il judo, lo sport diventa condotta di vita, regola educativa, modello di riferimento. Quelli come il judo, che vengono considerati sport minori e che magari nascono da culture ed esperienze lontani dalle nostre, possono recitare un ruolo importante all’interno del nostro contesto sociale, soprattutto come regola di condotta, come autoregolazione, come modelli relazionali: questo è il profilo che rende ancora più interessante questa attività».Ma perché un genitore dovrebbe indirizzare il proprio figlio verso il judo e non verso altri sport? «Tutti i valori che stanno mancando nella nostra società», dice Massimiliano, genitore e sportivo, «possono trovare una collocazione nel judo. Il judo, sin dall’origine, è stato concepito non come sport, ma come strumento di educazione della popolazione. Il judo è stato istituito come modello formativo. Voglio che mio figlio sia educato con dei valori – come lealtà, amicizia, cooperazione – che altrove non trova».In questa prospettiva condivisa, il judo unisce in un binomio perfetto sport ed educazione, poiché tutto è finalizzato a trasmettere un certo tipo di valori, osservando certe regole intrinseche senza però formare né gerarchie piramidali né figure autoritarie: il maestro è il primo a cadere a terra, come i judoisti, cercando di educare attraverso l’esempio ed il modello.

Un solo esempio dimostra quanto il judo possa avere valore e quanto possa cambiare la vita a tante persone e tanti ragazzi: basti pensare alla pluridecennale attività del Maestro Maddaloni in quel di Scampia, quartiere situato alla periferia nord di Napoli, troppo noto alla cronaca.Con lo sport ci si diverte e si cresce, ma se riesce ad educare è anche meglio.

Davide impicciatore


Pubblicato il 11 Febbraio 2015

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