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Kamishibai, grazia e insegnamento

Si può, prendendo da autori vari, e mettendoci del proprio nel saldare stralci mirati, comporre storie originali. E’ quanto fa Lidia Pentassuglia nel suo ‘Le cartastorie’. La teatrante barese attinge da E. Bertossi (‘Una storia’), Gambaro, Panero e Racca (‘Il signor Formica’) e G. Tessaro (‘il cavallo e il soldato’) e compone ‘Le cartastorie’, spettacolo per bambini dai quattro anni in su andato in scena avantieri mattina all’Officina degli Esordi. La Pentassuglia, poi, veste l’operazione dei panni del Kamishibai, un’ antica forma di narrazione di tradizione giapponese e la cui origine risale al dodicesimo secolo. Ma il Kamishibai non si limita all’elemento verbale, contempla anche quello visivo, rappresentato da illustrazioni. La tecnica, grosso modo, è quella del cantastorie. Con la differenza che in ‘Le cartastorie’ le immagini, anziché essere raccolte all’interno di un unico cartellone su cui si posa la bacchetta del narratore, scorrono sul boccascena di un teatrino da leggio. E le immagini in questione sono quelle originali disegnate dagli Autori, salvo quelle relative ‘Il cavallo e il soldato’, che invece recano la firma della stessa Pentassuglia, la quale in scena veste anche i panni (di tradizione) del narratore-kamishibai. L’accompagna Tiziana Basili nei panni di percussionista-rumorista (le percussioni sono dello stesso tipo di quelle in uso settecento anni fa). Accenni di danza e una delicata gestualità, infine, incorniciano insegnamenti impartiti con mansuetudine a proposito della bellezza da cercare nelle cose semplici, dei valori e degli obiettivi a cui dovrebbe uniformarsi l’esistenza e della vera utilità delle cose. Fresca e tenera come un bimba. Lidia Pentassuglia sfarfalla in scena trasmettendo simpatia, mentre Tiziana Basili la sostiene con suoni delicati, ogni tanto uscendo dal ruolo per innescare ulteriori motivi di riso. Non più che discreta la risposta della giovanissima e molto distratta platea (distrazione imputabile all’assenza di microfoni, all’acustica mediocre e al buio incompleto). Uno spettacolo nel complesso gradevole nonostante le succitate difficoltà ambientali. L’officina degli Esordi è luogo preziosissimo per la promozione delle arti e del sociale ma non è un teatro. E di giorno, tali limiti, si esaltano. Ma bisogna fare di necessità virtù. Gira così, oggi. I teatri veri sono accessibili solo ai teatranti ‘di peso’. Sicché, chi non fa parte delle ‘congreghe’ deve ripiegare sui teatri ‘di fatto’, ovvero opifici e  magazzini dismessi, seminterrati, palestre e altri postacci prestati all’arte scenica. Col tempo e col ricorso ad una lunga serie di accorgimenti alcuni di questi ‘contenitori’ possono trovare credito ed evolvere in istituzioni. Ma parliamo di eccezioni. La norma in questo genere di cose è ‘contenitori’ non più che tollerabili. Ci vogliono pazienza e supplementi di passione. Ecco quanto il teatrante di oggi può faticosamente vantare sul proprio antenato.

 

Italo Interesse

 

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