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Ketty, lo spettacolo avaro

Perché Ketty Volpe non ha sfondato? A parabola artistica conclusa, l’interrogativo fino a tre mesi fa rimasto in sospeso ora prende forma ed esige una risposta. Certo, tra Premi e partecipazioni a importanti produzioni televisive, cinematografiche e soprattutto teatrali non si può dire che le gratificazioni siano mancate a questa talentuosa interprete. Eppure la sorte non l’ha ripagata in ragione degli elevati meriti, artistici, oltre che umani. Considerato l’estro, il puntiglio professionale e la correttezza, Ketty Volpe meritava di più. Invece, quasi un’eterna seconda, il suo successo si è sempre arenato sulla soglia dei massimi palcoscenici. Forse non sapeva sgomitare, non era brava nell’arte di curare le relazioni che contano. L’unica arte che le stava a cuore era quella scenica. Ma l’esercitava senza quella doppiezza così spontanea in molti teatranti. Non contemplando contropartite, il suo proporsi a destra e a sinistra non le spalancava portoni, le schiudeva usci. Sgusciando comunque a fatica attraverso quei pertugi, Ketty si adattava, non disdegnando le ribalte meno prestigiose, ovunque proponendo personaggi sempre in sintonia col modo personale d’essere donna, d’intendere la vita e di stare al mondo. Emblematica della sua predilezione per i non-vincenti, queste figure in credito con la sorte e dallo spirito cristallino è stata la scelta alcuni anni fa di raccontare la vicenda di Akakij Akakievic, il protagonista de ‘Il cappotto’ di Gogol.  Era il 4 ottobre 2005 (guarda un po’, giusto dodici anni fa) quando per la prima volta Ketty portava in scena al Teatro Scalo di Modugno il dramma dell’anonimo impiegato derubato della sua mantella nuova, frutto di lungo e sofferto risparmio. Fu un successo, benché a parte una poltrona, un cono di luce e poche musiche a sostegno, Ketty non avesse altro in scena, nemmeno un cappotto. E aveva dovuto persino dirigersi da sola (per dirigerla, un ben noto regista pugliese le aveva chiesto seimila euro…). Ugualmente, quella messinscena fu un miracolo di carisma e presenza scenica. A fare da valore aggiunto concorse il modo sottile di parteggiare per il povero Akakievic, rappresentante di quella turba di esclusi dal Regno della Terra (ma non da quello dei Cieli) che tanto stavano a cuore a Ketty. Un sentimento espresso senza pietismo, anzi, al contrario, con brio intelligente e in controtendenza. Un modo silenzioso, piuttosto che urlato, di scavare un solco fra prepotenti e vittime, tra immeritevoli e prevaricati (categorie ben rappresentate tra la gente di teatro). Un principio affermato in punta di piedi. Con eleganza. Lo stesso stile con cui questa donna preziosa se n’é andata, senza reclamare attenzioni, riflettori o standing ovation.

Italo Interesse

 

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1 Comment

  1. Elisa Barucchieri ha detto:

    Bellissimo, verissimo articolo.
    Profondo.
    Grazie.
    Come sempre.
    La vista intelligente e profonda, che va oltre la superficie, è necessaria per noi. Tutti noi.

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