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La belva può vivere a lungo

Corre voce che l’imprendibile pantera di San Severo di cui non si hanno più notizie abbia trovato rifugio nella Foresta Umbra. Il che, a detta di alcuni, avrebbe improvvisamente reso pericolosa un’area boschiva altrimenti sicura. Chiacchiere. Anche fino a dicembre scorso, poco prima che cominciassero gli avvistamenti della belva fuggita (sembra) dalla dimora di un boss, la Foresta Umbra non era sicura. E non per il ritorno del lupo appenninico, che rappresenta un pericolo solo per il bestiame d’allevamento. Semmai, il vero pericolo per l’uomo è rappresentato dai troppi branchi di cinghiali e randagi inselvatichiti che scorazzano all’interno della grande area verde pugliese. Pericolo, però, che si traduce in una risorsa alimentare per la nostra pantera, non bastassero caprioli, daini e tassi. Priva di competitori, la nostra belva è salita in vetta alla piramide alimentare della Foresta Umbra. Difficile spodestarla dal suo trono, anche perché si è fatto ancora più difficile scovarla (salvo pescare il jolly di una trappola). La pantera – che è un leopardo melanico – è predatore generalmente crepuscolare. Come tale, trascorre il giorno riposando all’interno della tana e va a caccia di notte. In natura può vivere dai dodici ai quindici anni… Potrebbe aggredire escursionisti ? Statistiche limitate al territorio indiano dicono che tra il 1876 e il 1886 persero la vita circa 250 persone all’anno. Percentuale precipitata a 25 tra il 1982 e il 1989 e a 10 tra il 2001 e il 2006 (segno evidente del contrarsi della specie). Restando all’India, il più famoso leopardo mangiatore di uomini visse fino al 2 maggio 1926, giorno in cui venne abbattuto da Jim Corbett, celebre cacciatore inglese. In tutta la sua vita il leopardo di Rudraprayag – dal nome del villaggio nel cui territorio viveva – uccise 125 persone. Cominciò nel 1918 uccidendo le vittime che incontrava nella foresta. Poi cominciò a fare strage nei dintorni del villaggio. Infine, fattosi più audace, si mise a fare preda all’interno del villaggio : di notte penetrava nelle case e sorprendeva gli uomini nel sonno. Alla fine la gente di Rudraprayag si era convinta che quello non era un leopardo ma un spirito malvagio incarnatosi in quel tipo di fiera. Quando Corbett riuscì ad abbattere il leopardo, notò che si trattava di un esemplare molto vecchio, con i grandi canini spezzati e consumati. Ciò gli fece supporre che il felino avesse cominciato ad attaccare gli esseri umani perché non più in grado di cacciare le prede tradizionali del leopardo indiano, i veloci e guizzanti  cervi pomellati, entelli e cinghiali. Ma gli attacchi erano cominciati con l’animale ancora giovane e in salute. Probabilmente il leopardo aveva iniziato a cibarsi di carne umana quando, durante la devastante epidemia di influenza spagnola che colpì l’India fra il 1918 e il 1920, i cadaveri, troppo numerosi per essere cremati, venivano abbandonati nella foresta. Così il leopardo aveva preso a familiarizzare con la carne umana. Finita l’epidemia e finita anche la disponibilità di cadaveri abbandonati nella foresta, il predatore, abituato ormai alla carne umana, cominciò ad assalire le persone. Nei dintorni di Rudraprayag una lapide commemorativa è posizionata esattamente dove Corbett abbatté l’animale.

Italo Interesse

 

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