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La bestia nel cuore

Di incerto resta solo il numero dei morti. Due milioni?… Per i negazionisti turchi l’unica certezza è che l’olocausto armeno è un’invenzione dell’Occidente volta a screditare il loro paese per calcolo politico ed economico. Di qui il dovere morale – per chi negazionista non è – di insistere con l’esercizio della denuncia. Ultimi in ordine di tempo a rispondere a questa chiamata alle armi sono stati il Centro Teatrale Bresciano e la Fondazione Teatro Due con un allestimento che pochi giorni fa ha lasciato il segno al Kismet. “Una bestia sulla luna” è un testo di Richard Kalinoski che Andrea Chiodi ha messo in scena lavorando sulla traduzione di Beppe Chierici. Kalinoski racconta quel genocidio in modo indiretto : Due armeni scampati alla strage si ritrovano dall’altra parte dell’Atlantico e si sposano. Per quanto l’argomento-strage resti tabù, la sua ombra condiziona pesantemente il mènage famigliare. Ma vicissitudini conducono nel finale ad una catarsi collettiva che slega la lingua e schiude la porta alla speranza di ricominciare davvero a vivere. Chiodi ricorre ad un’ambientazione così asciutta da rasentare l’asettico.  Pochi gli oggetti di scena, limitato il supporto musicale ; solo qualche proiezione spezza il monopolio del gesto e della parola. Tutto è nella forza del testo, che gli interpreti abbracciano con energia anche toccante, tra sporadici guizzi comici e felicemente inseriti nel tessuto drammaturgico. Elisabetta Pozzi è splendida, non meno efficaci si rivelano Fulvio Pepe (il marito), Luigi Bignone (il figlio adottivo) e Alberto Mancioppi (il narratore). La mano di Chiodi si fa apprezzare per il senso di forza che si nasconde dietro la tenerezza di facciata. Ritmo costante, nessun segno di stanchezza in platea malgrado i cento minuti di durata dello spettacolo. Unanime l’apprezzamento del pubblico, specie da parte dei rappresentanti della minoranza armena barese. Una presenza, questa, particolarmente attesa, stante l’antico rapporto fra capoluogo pugliese e profughi armeni, che da noi trovarono grande accoglienza, dopo che loro ebbe aperta la strada Rand Nazariantz, il grande poeta che per un soffio nel 1953 non vinse il Nobel per la letteratura (andato invece a Winston Churchill) e primo rifugiato armeno in Italia. Grazie a lui – nonché alla sensibilità del senatore Luigi Luzzati e del conte Umberto Zanotti Bianco, presidente dell’ANIMI (Associazione Nazionale Interessi del Mezzogiorno d’Italia) – prese vita nel 1926 il villaggio armeno di Nor Arax, con annessa fabbrica di tappeti orientali, alla periferia di Bari. In via Amendola una targa ricorda l’esistenza di quel villaggio, dove ancora vivono alcuni dei discendenti del nucleo armeno d’origine.

Italo Interesse

 

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