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La Città metropolitana ritarda nel rinnovare la concessione e i controllori sanzionano

 

L’ufficio della Ripartizione Ambiente della Città metropolitana di Bari non adempie a rinnovo in tempo utile della concessione all’emungimento dal pozzo artesiano e la Polizia metropolitana barese sanziona il concessionario, perché continua ad attingere acqua con l’autorizzazione scaduta. E’ quanto accaduto lo scorso mese di ottobre ad uno degli agricoltori dell’agro bitontino che, nelle more di ricevere dal competente ufficio il rinnovo della concessione ad attingere dal sottosuolo l’acqua per irrigare il proprio campo, si è trovato difronte ad un controllo della Polizia metropolitana che gli ha contestato di essere in possesso di una concessione scaduta e, quindi, che in teoria non avrebbe dovuto più utilizzare il pozzo per irrigare le coltivazioni presenti nella propria azienda. A denunciare il paradosso è il tecnico della malcapitata azienda agricola bitontina che, con tanto di verbale sanzionatorio in una mano e nell’altra l’istanza di rinnovo con data notevolmente antecedente alla contestazione, fa rilevare l’assurdità nell’agire dell’Ente delegato per tali pratiche dalla Regione Puglia, ossia l’ex Provincia di Bari, che dal 1015 ha assunto la nuova denominazione di “Città metropolitana” barese. Infatti, si chiedeva, quasi incredulo, il tecnico incaricato dal titolare dell’azienda agricola sanzionata: “E’ mai possibile che agenti dello stesso ente responsabile del ritardo nel rilascio del rinnovo della concessione vadano a sanzionare il titolare di un pozzo regolarmente autorizzato, ma con concessione scaduta e di cui si è già chiesto il rinnovo?” Una sanzione di ben 800 euro da pagare entro sessanta giorni, oppure da contestare nello stesso termine. “Ma ciò che è assurdo – ha sottolineato il tecnico – è che la domanda di rinnovo è stata presentata già precedentemente al sopralluogo della Polizia metropolitana e sono stato personalmente più volte all’ufficio Ambiente a sollecitare l’esame della pratica, per sapere se fosse tutto apposto per il rinnovo concessorio e, in caso contrario, a comunicare tempestivamente eventuali richieste integrative. Oppure, se tutto ok, a rilasciare il rinnovo”. Infatti, in campagna sia le colture orticole che quelle arboree quando necessitano di acqua non possono di certo attendere i tempi d’attesa burocratici. Né tantomeno è pensabile che le attività di coltivazione di un campo già avviato possano essere fermate in base ai tempi dell’Ufficio Ambiente della Città metropolitana di Bari. Però, che a sanzionare il mancato rinnovo, in presenza di una comprovata istanza già inoltrata circa cinque anni prima, siano i “controllori” dello stesso Ente titolato a prorogare la concessione è sicuramente paradossale, stante ad una verosimile inadempienza e ritardo dello stesso. Scendendo nei dettagli, il tecnico entra nel merito della pratica e fa presente anche che la richiesta di rinnovo era stata presentata circa cinque anni fa e che l’Ufficio Ambiente della ex Provincia di Bari ha impiegato quasi ben due anni per richiedere alcuni documenti integrativi, a cui il titolare aveva adempiuto sperando di poter ottenere quanto prima una favorevole risposta alla richiesta. Invece, secondo quanto lamenta lo stesso tecnico ed anche il richiedente il rinnovo, non solo dopo quasi altri due anni non hanno ricevuto alcun riscontro, ma il titolare dell’azienda agricola in questione si è vista addirittura sanzionare per l’utilizzo abusivo del pozzo. Quindi, nell’arco di tempo intercorso (circa 5 anni!) tra la presentazione della domanda di rinnovo ed il rilascio effettivo di proroga della concessione, cosa avrebbe dovuto fare il titolare dell’azienda agricola? Forse fermare l’attività, per non incorrere nella sanzione di 800 euro rilevata ultimamente dalla Polizia metropolitana barese? Un interrogativo, questo, sul quale verosimilmente sarà chiamato a pronunciarsi un “giudice”, nel caso in cui l’azienda agricola sanzionata decida di non pagare la multa, ma di agire per via legale contro l’elevata sanzione. Ciò che, però, è ancor più paradossale, oltre che scandaloso, è sicuramente il tempo trascorso per ottenere un semplice rinnovo che, dopo quasi un quinquennio, non è forse ancora stato rilasciato. O, meglio, non si sa ancora neppure se verrà rilasciato, oppure occorrerà integrare la pratica con altra documentazione non ancora richiesta dall’ufficio. E tutto questo nell’era digitale, dove computer, internet e posta elettronica certifica la fanno da padroni. Di certo, al tempo d’oggi, qualcosa forse ancora “non quadra” nella gestione burocratica, ma soprattutto politica, di questo ente pubblico locale, che dal 2015 ha cambiato il nome, ma forse non l’andazzo “lentocratico” nell’espletamento delle funzioni rimaste in capo ad esso.

 

Giuseppe Palella

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