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La donnaccia di Annibale

Nella sua monumentale Naturalis Historia, Plinio il Vecchio descrive i confini dell’Apulia. Quando cita Salapia, città oggi scomparsa e che sorgeva nei pressi di Trinitapoli, la definisce “famosa per l’amore di Annibale con una prostituta”. In ‘Puglia Mitica’ (di AA. VV. a cura di Francesco De Martino – Levante 2012) Giovanni Cipriani, accademico dell’Università di Foggia, si chiede dove un pur così  “nobile scienziato” abbia raccolto “questa infamante insinuazione”, visto che gli storici, a cominciare da Livio, avevano fatto del duce cartaginese il campione della resistenza a ogni passione. Pompeo Trogo, per esempio, dà per “risaputo che Annibale, né quando l’Italia tremava per il suo infuriare in guerra con i Romani, né quando al rientro a Cartagine detenne il potere, si mise a cenare stando sdraiato o si concesse più di un sestario di vino ; quanto poi alla sua pudicizia, essa fu così grande pur avendo a disposizione tante prigioniere da far venire il dubbio che egli fosse effettivamente nato in Africa”.  L’invenzione di Plinio viene spiegata da Cipriani con la necessità a posteriori di rileggere più comodamente la Storia screditando l’immagine dell’unico uomo che realmente mise a repentaglio la gloria di Roma. “Sembrerebbe proprio difficile che si possa abboccare a una tale perfida esca ; essa è troppo tendenziosa, maligna, spudoratamente irriverente e non può, anzi non dovrebbe, trovare credito”. E in effetti così è stato, fatta eccezione per Francesco Petrarca. Nel suo ‘De viribus illustris’ il cantore di Laura riprende l’insinuazione pliniana : “… nelle vicinanze di Salapia, città dell’Apulia… (Annibale) fu travolto da un grande amore ma altresì disonorevole e indegno di lui, e lui che non era mai stato vinto in guerra fu vinto dalle moine di una sgualdrinella (meretricula blanda)”. Cipriani non si lascia incantare da quella che a suo avviso è una seconda montatura : “Bisogna essere dei voyeurs di professione oppure dei sadici detrattori per immaginarsi un Annibale che scodinzola dietro la veste di una prostituta… che si lascia sedurre e comandare da una sgualdrina, lui che ha dominato e sottomesso tanti eserciti”. Pertanto stigmatizza che questo pregiudizio sia sopravvissuto sino ai giorni nostri. Tre anni fa, infatti, ha visto la luce un romanzo di Ferruccio Gemellaro intitolato ‘L’amante italiana di Annibale. Iride la salapina’ (Editrice Helicon). Qui la donna di Salapia non esercita il più antico mestiere del mondo, è invece la figlia di un magistrato. Ugualmente tra i due è passione disdicevole e rovinosa. Perché lo stesso travolgente amore che condiziona la campagna del cartaginese costa la vita alla donna, lapidata dai concittadini. Sullo sfondo della romantica evasione si staglia la figura dolente e umiliata di Imilde, la donna che si era legata al dux Carthaginiensium affascinata dal tasso eroico del suo vir e ignara del tasso erotico dello stesso. Un buon romanzo, dice ancora Cipriani, se non fosse che l’Autore, toccato da recenti e crudi fatti di cronaca relativi a storie d’amor vietato fra rappresentanti di etnie diverse, colloca i due amanti in una cornice dove di solito vengono oggi ospitate le vittime di conflitti sociali e religiosi. “Di qui a far diventare la Capitanata di duemila anni fa una terra dove potevano nascere liaisons dangereuses fra un immigrato (sia pure temporaneo come Annibale) e un’indigena (sia pure ribelle come Iride) mi sembra che ce ne corra”.

 

Italo Interesse

 

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