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La frusta invece del rogo

Nel 1903, Raffaello Giusti Editore dava alle stampe a Livorno ‘La vita religiosa nella Napoli del XIII secolo’, un libro di Gianluca Furnari. In esso si accenna ad un religioso pugliese la cui drammatica vicenda era rimasta fino a quel momento ignota. La casuale scoperta di parte degli atti del processo che lo riguarda e che tutt’ora sono conservati nell’Archivio di Stato di Napoli consente una ricostruzione dei fatti, seppure lacunosa. Nato intorno al 1290, Boemondo da San Severo entrò nell’Ordine di San Francesco nel 1325. Quel francescano non fece ‘carriera’. Pur talentoso, non ne ebbe il tempo. Pensatore coraggioso e controcorrente, Boemondo di San Severo, nel 1327, fu accusato di eresia dal Tribunale dell’Inquisizione. Pietra dello scandalo, il passo di chiusura del Libro II di una sua pubblicazione: ‘De creazione Adamis’. In esso Boemondo, in qualche modo precorrendo l’evoluzionismo, sottrae la ‘potentia creandi’ a Dio per attribuirla alla materia. In altre parole, l’uomo non è stato creato da Dio ma si è generato spontaneamente dal suolo per un libero impulso della materia. Ovvero, “non è sorto dal fango della terra per volontà di Dio. Per questo anche i Salmi dicono che l’uomo è nato dalla terra. Dunque, così gli uomini discendono dagli uomini come Dio discende da Dio”. Ce n’era più che abbastanza per  patire il peggior castigo. Ma Boemondo non patì la camicia di zolfo e il fuoco. Dicono le carte che “venne frustato a morte” il 15 aprile 1327 a Napoli”. Cosa vuol dire, che lo portarono in piazza per abbandonarlo alla furia dello staffile, del flagello, del gatto a nove code sino allo sfinimento? Le usanze dell’Inquisizione contemplavano la frusta solo come forma di ‘sollecitazione’ verso l’autoaccusa. Prima di mandare a morte qualcuno quei giudici si adoperavano per salvarne l’anima. Il che però richiedeva un’ammissione di colpa da parte del reo. Ma come vincere le resistenze di un uomo o una donna istigati dal Maligno ? Ecco spiegata la funzione delle pinze, dei carboni ardenti e delle più raffinate ‘macchine del dolore’. Forse il povero Boemondo non superò nemmeno il primo livello di ‘rieducazione’, la frusta. A quel punto serviva a poco portare in piazza un corpo floscio, legarlo a un palo e dargli fuoco. Senza contorcimenti e urla strazianti la plebaglia, sempre numerosa sotto i patiboli, non avrebbe imparato nulla. Ciò che restava del povero Boemondo, perciò, dovette essere arrostito senza la sinistra pompa di circostanza nel cortile di qualche convento (la carne andava comunque ‘purificata’). Quanto ai resti incombusti, un frettoloso ‘conferimento’ in terra sconsacrata e amen. – Nell’immagine, Flagellazione’, olio su tela di Sebastiano del Piombo (Venezia 1485 – Roma 1547), conservata nella chiesa di San Pietro in Montorio a Roma.

 

Italo Interesse

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