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La leggenda della serpe ‘sucalatte’

Si crede che i serpenti ‘bianchi’ (genere colubridi e lampropeltidi) amino il latte. Chi crede a certe cose è pure convinto che per catturare un rettile di questo tipo di cui se ne sia individuata la tana basti collocare davanti all’imboccatura della stessa una bottiglia con qualche dito di latte ; una volta che il serpente vi si sia infilato e si sia nutrito, essendosi dilatato, non passa più per il collo della bottiglia e così resta imprigionato. Questa ‘debolezza’, combinata col pregiudizio religioso e  l’orrore atavico verso il rettile ha dato vita a colorite leggende. Nel Salento è ancora diffusa una credenza che risale ai tempi della civiltà contadina e che manifesta tratti comuni con ‘versioni’ tipiche di altre località del Mezzogiorno. Quando le vacche non producevano latte oppure un poppante faticava a crescere e senza che si potesse addebitarne la colpa alla madre, subito si pensava a ‘la serpa sucalatte’ o ‘sucara’ ; il ritratto dell’animale che la tradizione tramanda consente di avvicinarlo al cervone. Questa serpe si distinguerebbe per la delicatezza diabolica con cui sugge. Di modo che, si dice pure, le vacche – non restandone dispiaciute del ‘trattamento’ – mostrano di gradire quegli angoli di pascolo dove già sono state ‘munte’ e che sono vicini ai nascondigli delle sucare (ma una contraria ‘versione’ del mito vuole che queste creature si attorciglino alle zampe posteriori del bovino per costringerlo a star fermo mentre…). Diverso il metodo di parassitismo praticato con le donne che allattano. Una volta che la sucalatte si sia introdotta nella casa dove c’è un poppante, aspetta la notte per passare all’azione. In passato, specie in campagna, vuoi per la modestia delle condizioni di vita, vuoi per le contenute dimensioni dei fabbricati rustici, i neonati non dormivano nella culla bensì accanto alle madri, le quali li tenevano attaccati al seno sino a che entrambi non prendevano sonno. A questo punto la sucara entrava in azione. Dopo essersi arrampicata sul letto, si dirigeva verso il capezzolo della madre, che prendeva a suggere con naturalezza assolutamente ‘umana’. E se nel frattempo il bambino si svegliava e reclamava il suo? Ebbene, l’avido animale preveniva il problema ficcandogli  la coda in bocca a mò di ciucciotto. L’equivalente della nostra sucara si chiama ‘pasturavacche’ in Calabria, ‘impasturavacchi’ in Sicilia, ‘zinnavacche’ nel Lazio, ‘biscia latòna’ nel forlivese… Rimanendo in tema di  serpi invasive, esiste poi una ricchissima letteratura relativa al caso, ancor più spaventoso, di serpi penetrate nello stomaco di contadini addormentatisi all’aperto  (preventivamente, alcuni braccianti usavano mettersi in bocca manciate di residui di pipa ; erano dell’idea che le serpi non possono reggere l’odoraccio del tabacco bruciato).

Italo Interesse

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1 Comment

  1. gottardi antonio ha detto:

    ma come si può credere a una simile fandonia!!! Basta guardare com’ é piena di denti aguzzi e sottili come aghi la bocca di una serpe !
    Immaginiamoci quello che proverebbe una donna (o una mucca o una capra ) alle quali la serpe prende in bocca la mammella. E poi, cosa più importante, una serpe non ha labbra! E quindi non può succhiare atto essenziale per poter rubare il latte.. Cosa moto più probabile é l’ intevento di una maiale o di un cagnolino.

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