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La pasta italiana non è a rischio contaminazione

La pasta è uno dei prodotti che da sempre identifica l’Italia nel mondo. La pasta, un bene di prima necessità, semplice, gustoso, economico e accessibile a tutti. Un bene che si presta ad una moltitudine di ricette e che nasce da una materia prima semplice: il grano.Per fare la pasta migliore del mondo servono i grani più pregiati e secoli di esperienza hanno affinato il “senso” dei pastai italiani che hanno imparato a riconoscerli e selezionarli.A tal proposito abbiamo chiesto a Donato Carra, uno Chef di tutto rispetto del panorama gastronomico internazionale, indiscutibile esperto in food-marketing, qual è il giudizio espresso dagli Chef oggi su questo alimento, sulla sua resa, sulla provenienza e sul suo gusto.“Oggi un piatto di spaghetti su quattro al mondo, e tre su quattro in Europa, è realizzato con pasta prodotta in un pastificio italiano. Nel 1967 si producevano 1,4 milioni di tonnellate di pasta, tutta o quasi destinata al mercato interno. Oggi la produzione di pasta è più che raddoppiata  e la metà finisce fuori dai nostri confini. In valori assoluti, nel 1967 si esportavano 50mila tonnellate di pasta, oggi siamo arrivati a 2 milioni – dichiara Carra”.“Negli ultimi anni – continua lo chef internazionale – è notevolmente aumentata la produzione di pasta e pertanto oggi serve una maggiore quantità di grano di qualità migliore per coprire il fabbisogno medio dell’industria produttrice. La maggior parte di questo grano è a km. Zero, un grano coltivato in casa, ma la produzione autoctona è sufficiente a coprire solo il 70% del necessario. E questo è il primo, ovvio, motivo per cui i grandi brand sono obbligati a importare grano dall’estero. Tra l’altro in pochi sanno che i pastai italiani da sempre, importano i migliori grani prodotti in aree vocate come Francia, Australia, Messico e Nordamerica. Anche all’estero può infatti essere acquistato ottimo grano di qualità superiore, con un contenuto proteico oltre il 13% che viene pagato circa il 15% in più di quello nazionale, per garantire l’eccellenza del prodotto”.

– Ma allora Chef secondo lei tutto il polverone alzatosi ultimamente intorno ai grandi brand italiani che importano il grano estero da cosa è generato?

“Volendo entrare subito nel merito della sua domanda vorrei sfatare una volta per sempre una errata informazione che ha suscitato nel consumatore dei dubbi: pesticidi e micotossine nel grano importato sono invenzioni di Coldiretti. Dovete sapere che più del 99% dei campioni sottoposti ad esame è risultato a norma. Quindi un allarmismo creato ad arte e in modo strumentale. Il Canada, per esempio, è il primo fornitore di grano duro per l’industria alimentare italiana. Da alcuni mesi il grano importato è finito al centro di un acceso dibattito creato in modo artificioso da Coldiretti che lo ha recentemente definito “un pericolo per i consumatori perchè ritenuto contenente un elevato valore di contaminanti tossici per la salute, in particolare micotossine e fitofarmaci, come il glifosato”. Questa campagna denigratoria nei confronti di molti brand italiani ha creato un’errata informazione nei confronti del consumatore. In rete e sui giornali si leggono continuamente articoli dove si dice che il grano importato, dovendo viaggiare in nave per settimane, è ricco di micotossine e di antiparassitari e pesticidi vietati in Europa ma ammessi in altri paesi. Coldiretti insiste in continuazione sulla questione del Glifosato usato in Canada per favorire la maturazione del grano, sottolineando che “in Italia il pesticida è vietato dal 22 agosto 2016 con entrata in vigore del decreto del Ministero della Salute perché accusato di essere cancerogeno”. Seppur vero che l’uso del glifosato non è ammesso in pre-raccolta, è tuttavia permesso per altre colture (legumi e pomodori) e la semplice rotazione dei campi può spiegare la presenza di bassi livelli di questo pesticida nel grano. In ogni caso i valori delle analisi effettuate in vari campioni dei tanti brand italiani hanno dimostrato l’assenza di residui nella quasi totalità dei campioni e con valori molto bassi in una piccola quota. Insomma ci sono tutti gli elementi per stare tranquilli. Nonostante ciò con una certa dose di abilità Coldiretti è riuscita a trasformare questi dati ufficiali in un incubo per gli italiani, che ormai considerano il grano importato materia prima di pessima qualità inquinato e contaminato. L’industria molitoria italiana dipende dalle importazioni di grano duro in termini di quantità e qualità e non ha senso demonizzare la materia prima estera, soprattutto quando non ci sono prove come hanno dimostrato le analisi ufficiali. Il problema del grano importato contaminato da micotossine e pesticidi non esiste, anche se su questa storia qualcuno ha creato una montagna di illazioni e di notizie storpiate, creando un allarmismo inutile e strumentale”.

Marina Basile

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