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La pioggia nel forziere di pietra

Un segno della crescente sete si può leggere in Rete nell’aumento dell’offerta di serbatoi di accumulo dell’acqua piovana. Da quando nessuno più scava per realizzare cisterne, l’acqua meteorica è divenuta la cenerentola delle grandi risorse naturali. Un errore tanto clamoroso quanto inspiegabile aver abbandonato questa millenaria forma di accantonamento: In un condominio un serbatoio di accumulo consentirebbe di innaffiare senza spese l’immancabile giardino ; in un allevamento, ancora a costo zero, la stessa accortezza disseterebbe gli animali ; in una villa la gestione di orticello sarebbe più economica… Ben più saggi di noi, gli Antichi custodivano la pioggia in quei forzieri interrati chiamati cisterne. Scavate a colpi di piccone, in forma di bulbo o d’ampolla, le antiche cisterne consentivano una conservazione pressoché perfetta dell’acqua piovana. Un miracolo ottenuto con una tecnologia da Antico Testamento : sullo strato di malta preventivamente steso sulle pareti veniva adagiato un miscuglio di calce spenta e sabbia ; una ‘passata’ di calce viva chiudeva il lavoro. Tali precauzioni comunque non impedivano che l’acqua, quando stagnante, si popolasse di muffe e alghe. Il rimedio più efficace ed elementare era ancora la calce, questa volta in forma di pietra. Avvolta dentro una reticella e lasciata sospesa a mezza altezza tra pelo d’acqua e fondo, la pietra di calce ‘sfrigolava’ sino a consumarsi del tutto ; l’effetto era straordinario. Altri contadini usavano le anguille, che, per quanto pesci d’acqua salata e salmastra, si adattano bene nell’acqua dolce. Nutrendosi dei microrganismi che l’acqua dolce produce spontaneamente, le anguille possono vivervi addirittura anni. La stessa funzione poteva essere svolta da bisce cadute accidentalmente nella cisterna attraverso canali di scolo non protetti da filtri (per lo più realizzati aggomitolando frammenti di reti da pesca). Non potendo più riguadagnare la libertà, questi rettili, manifestando una straordinaria capacità di adattamento, mutavano dieta nutrendosi di larve e insetti. Periodicamente le cisterne avevano bisogno di manutenzione ; poteva essere infatti che alberi anche lontani, percependo l’acqua, spingessero le radici nella sua direzione fino a perforare le pareti della cisterna, che così perdeva. Bisognava allora svuotare questa e che un operaio si calasse all’interno. Venivano scelti uomini dalla corporatura particolarmente esile giacché il diametro dell’imboccatura, allo scopo di limitare le perdite per evaporazione, superava solo di una decima di centimetri quello di un secchio: La riparazione era sempre faticosa. Là sotto mancava l’aria e l’unica fonte di luce, la candela, rubava a sua volta ossigeno…

Italo Interesse

 

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