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La placca adriatica

La litosfera o crosta terrestre si presenta non come un mantello uniforme ma come un mosaico di ‘zolle tettoniche’, dette ‘placche’. Questo mosaico non è immobile. Tutte le zolle, infatti, sono in lentissimo movimento l’una rispetto all’altra. Tale dinamismo è conseguenza del fatto che il nucleo del nostro pianeta, essendo ancora caldo, rilascia enormi quantità d’energia di cui lo stato superficiale risente. Le placche pertanto possono scorrere l’una accanto all’altra, allontanarsi o avvicinarsi. Per dare un’idea dell’entità del fenomeno basta considerare che i movimenti nelle tre suddette direzioni sono nell’ordine di quattro millimetri l’anno. Sembra niente quando non si consideri la spaventosa quantità di forza in termini di chilogrammi/peso necessaria a spostare centinaia di chilometri cubici di roccia (nemmeno mettendo assieme tutti gli arsenali atomici si potrebbe raggiungere tanta potenza). Con questo ritmo (quattro  centimetri ogni dieci anni) in capo a tre secoli – mediamente – il distacco può superare il metro, che è l’anticamera di un sisma del sesto grado della scala Richter. La placca a cui appartiene la penisola italiana è quella Adriatica, che comprende lo Jonio settentrionale, l’Adriatico, il settore settentrionale e orientale della penisola italiana, le Alpi meridionali e orientali (vedi immagine). Si ritiene si sia formata durante il Cretaceo separandosi dalla placca africana ed entrando in collisione con la placca euroasiatica nel periodo di formazione della Alpi e degli Appennini, periodo al quale va ricondotta la formazione dei coni vulcanici – anche sottomarini – del Tirreno. Il che spiega come una terra a basso rischio sismico quale è la nostra patisca periodicamente gravi distruzioni (tristemente celebri sono rimaste quelle che devastarono il Gargano nel 1646 e il Salento nel 1743), oltre a percepire ogni movimento tellurico registrato nei Balcani, nell’area basso tirrenica e friulana.  Che fare? Le stazioni di rilevamento non evitano i terremoti, possono però annunciarli, studiandoli. Ma a condizione che il numero dei sismografi sia adeguato. In Italia le stazioni sono quasi quattrocento, mentre in Giappone, che ha la stessa estensione del nostro paese, superano le cinquemila unità. E a fare la differenza è pure la collocazione delle stazioni di rilevamento, le quali danno risultati migliori quando collocate sui fondali marini o all’interno di pozzi, naturali o artificiali che siano. In questo modo è possibile intercettare anche i microsismi, i quali – a torto ritenuti ‘innocenti’ – nel loro insieme forniscono più dati che un solo terremoto degno di questo nome.

 

Italo Interesse

 

 

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