La “profezia” di Gaetano Scamarcio sulla morte della prima Repubblica nel discorso su Moro
In occasione della ricorrenza del 41° anniversario dell’assassinio del nostro illustre conterraneo presidente della Democrazia Cristiana e più volte Presidente del Consiglio dei Ministri, l’on. Aldo Moro, avvenuto il 9 maggio 1978 per mano di uomini delle Brigate Rosse, che 55 giorni prima in via Fani, a Roma, lo avevano rapito massacrando cinque uomini della scorta, pubblichiamo il discorso di un altro nostro illustre conterraneo, il senatore socialista Gaetano Scamarcio, scomparso nel settembre del 2014, che di Moro nei primi anni Cinquanta del secolo scorso fu allievo alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari, che da alcuni anni – come è noto – è intitolata allo statista scomparso prematuramente oltre quarantenni fa. Scamarcio con il professor Moro aveva seguito i corsi universitari di due materie del corso di Giurisprudenza: “Filosofia del diritto” e “Diritto penale”, sostenendo con lo stesso i relativi esami. Quindi, il senatore Scamarcio aveva una conoscenza diretta e personale di Moro sin dai tempi della carriera universitaria. Nel 1978, quando avvenne il rapimento di Moro ed il successivo assassinio, Scamarcio era alla sua prima Legislatura a Palazzo Madama, dove fu stato eletto la prima volta nelle elezioni del 20 e 21 Giugno del 1976. Il discorso che pubblichiamo è quello tenuto da Scamarcio durante la seduta n. 275 del 24 Maggio 1978. L’importanza e la straordinarietà di detto discorso – a nostro avviso – si evince dall’alto senso civico su cui è improntato sul dilemma tra “Ragion di Stato” e “Ragione umanitaria” che non prevalse nella nota vicenda storica in questione. Ma il senatore socialista pugliese nelle sue parole fu anche profetico nel far coincidere con l’assassinio di Moro anche la morte della prima Repubblica. Forte, nel finale, il richiamo inclusivo di Scamarcio per le giovani generazioni ed il suo riconoscimento a non poter essere anticipatori della storia, ma solo ad essere sempre “fedele” nei valori di libertà e di vita che questa nella sua evoluzione millenaria può insegnare agli esseri umani.(Giuseppe Palella)
Ecco il discorso su Moro del sen. Scamarcio: “L’esigenza di verità su questo nefando e doloroso episodio che ci ha visto alla fine privati di un uomo, di un personaggio storico cui la nostra repubblica non poco deve. Ci siamo ritrovati con un cadavere: quello di Aldo Moro. Alcuni hanno intravisto anche un altro cadavere quello della prima Repubblica. Del primo non sarà tanto facile disfarsene; del secondo ancora non sono chiariti i connotati. Si, onorevoli colleghi non sarà tanto facile liberarsi del cadavere di Aldo Moro, un uomo che tanto ha operato, che tanto di se ha impresso nella storia ultima italiana, un uomo le cui idee premono sul solco storico degli avvenimenti del nostro Paese per quasi un quarto di secolo; una personalità ricca di valori umani e politici che ha saputo scrivere lucide pagine di storia italiana non può essere dimenticata, non sarà facilmente dimenticata. E non crediamo affatto che la sua opera finisca nel retro di una autovettura. Altri continueranno quanto da lui iniziato, altri tenteranno di portare a compimento ciò che Aldo Moro aveva iniziato. Non lo si potrà facilmente dimenticare: ormai occupa un posto nella storia. Si, altri continueranno la sua opera, con la differenza – e questo è un rilievo in rosso che facciamo – che ciò accadrà senza Moro, senza la forza della sua intelligenza, senza il suo equilibrio, senza la sua paziente tessitura. Speriamo che tutto ciò non si volga in male; lo speriamo per la nostra democrazia, per la nostra libertà. Lo speriamo, altrimenti avrebbe ragione chi, accanto ad un ancor caldo cadavere umano, avrebbe intravisto anche il cadavere della prima Repubblica. Non credo che la relazione del Presidente del Consiglio (ndr – Giulio Andreotti) possa essere riuscita a tranquillizzarli. Del resto come si fa ad essere tranquilli di fronte ad una condotta che, a dire poco, può qualificarsi rinunciataria, sprovvista come era di una qualsiasi iniziativa che potesse far sperare in una positiva soluzione del caso Moro? E che altro ha fatto questo Stato, pur nell’ambito del rispetto delle leggi? Nulla: « fermezza nella impotenza », credo sia di Craxi questa frase, frase che nella sua lapidarietà racchiude tutta l’impotenza di uno Stato che, non sapendo altrimenti difendersi e difendere la libertà dei suoi cittadini — e che suddito era Aldo Moro! — sceglie la strada dell’intransigenza, del non dialogo, della fermezza, caratteristiche che sarebbero proprie di uno Stato degno di tal nome! Possiamo menar vanto; siamo stati forti, lo Stato non ha ceduto! Ratificando così una condanna a morte pronunciata ed eseguita da un gruppo di sanguinari banditi pseudo-politici. Possiamo esserne orgogliosi! Di certo non potevano essere le preghiere di Zaccagnini e forse anche le sue, onorevole Presidente del Consiglio, e tutte le messe cui quotidianamente ha assistito per quasi due mesi a farci riavere vivo Aldo Moro. Accanto a queste pratiche religiose bisognava porre in essere una pronta e
vivace azione di Governo e di polizia che recuperasse la libertà di Aldo Moro. La ragione di Stato, lo Stato di diritto sono andati a gambe all’aria nei 55 giorni della prigionia di Aldo Moro. Altro che difesa dello Stato di diritto, altro che ragione di Stato! Quello che si voleva difendere è andato in frantumi. Il cadavere di Moro ha frantumato l’uno e l’altra, con buona pace di chi ha rifiutato di prendere in esame una qualsiasi iniziativa che potesse concretamente dare un segnale che in realtà si voleva Moro vivo. Lo Stato è in funzione dell’uomo; è questo il fine primo ed ultimo di ogni organizzazione civile, senza del quale il concetto stesso di Stato non avrebbe ragione di essere. Compito primo dello Stato è la tutela della integrità fisica dei suoi cittadini; il diritto alla vita è il diritto basilare dell’uomo, oggetto primario di tutela, come universalmente riconosciuto da tutti i paesi del mondo. Solo la semplice ipotesi doveva ritenersi inconcepibile ed esecrabile, qualora si consideri che lo Stato stesso di cui quel determinato cittadino costituiva uno dei più rappresentativi esponenti, con la sua inerzia, con la sua inefficienza, con il suo pilatesco lavarsi le mani ha finito col corresponsabilizzarsi, sia pure indirettamente, con la nefanda esecuzione. Non basta proclamare l’inalienabile diritto alla vita, non basta averlo recepito nella Carta costituzionale, non basta che tale diritto venga solennemente sancito nei documenti internazionali; è necessario che sia tutelato in concreto, che il cittadino che fa parte dello Stato e in funzione del benessere del quale lo Stato stesso è sorto, venga protetto e tutelato con ogni mezzo. L’astratto principio della ragione di Stato è tipico del soggetto debole, così come soltanto lo Stato assolutista può ignorare l’uomo e sacrificarlo al suo stesso assolutismo. Ragione di Stato; Stato di diritto: è l’altro cavallo di battaglia così caro ai «duri» o ai « falchi a buon mercato », dimenticando che lo Stato di diritto, sia nella teoria kantiana sia nell’accezione storica nel tempo maturata, porta sempre lo Stato stesso a dover riconoscere il valore della personalità. Stato di diritto o Stato di giustizia: come ci insegnava Aldo Moro all‘università di Bari. Ed uno Stato di diritto, uno Stato di giustizia non invia a morte un innocente, pur operando sul fondamento del diritto e nella forma di diritto. Con i terroristi, è vero, non si doveva scendere a patti, non si doveva instaurare un colloquio diretto del do ut des; ciò del resto avrebbe comportato un esplicito riconoscimento in favore della soggettività dell’altro contraente, e ciò non era tollerabile. Ma, pur rifiutando ogni colloquio con i brigatisti, noi socialisti eravamo per l’adozione di misure unilaterali che, senza scendere a patti con gli interlocutori, dovevano rappresentare, configurare non l’inizio di una trattativa ma una prova di buona volontà tendente al recupero di Aldo Moro. Dovevamo muoverci in maniera diversa se non del tutto opposta, e ci potevamo, vi potevate muovere diversamente pur nel rispetto delle leggi dello Stato. Erano proprio queste che offrivano la possibilità di liberare Aldo Moro. Il nostro ordinamento giuridico prevede gli istituti del differimento dell’esecuzione della pena e della sospensione dell’esecuzione della pena, da adottarsi in alcune determinate ipotesi rigorosamente stabilite, in alcuni casi particolarmente sensibili sul piano umano. In tal modo lo Stato non abdica ai suoi poteri: sospende soltanto, per ragioni contingenti ed umanitarie, l’esecuzione della pena. In tal modo lo Stato non rinuncia a colpire, a punire il colpevole: evita soltanto di essere uno Stato d’inquisizione. Anche l’istituto della grazia condizionata potevaessere richiamato ed applicato a qualche caso di brigatista. Ma vorrei permettermi di porre al Governo una domanda (…): se i brigatisti anziché assassinare i cinque uomini della scorta li avessero catturati, nessuno avrebbe osato condannare una trattativa per liberarli, così come è quasi sempre avvenuto nei numerosi casi di sequestro di agenti di custodia nelle carceri da parte di detenuti che ne minacciavano la vita. Non si comprende perché, la procedura ritenuta legittima per tali casi si giudichi illegittima per il caso di Moro, una volta stabilito di non accedere a soluzioni incompatibili con i principi e le leggi dello Stato. Abbiamo bisogno di tranquillità, abbiamo necessità di ordine, ma sentiamo anche il dovere, se non proprio il diritto, di pretendere che lo Stato, proprio quello Stato del quale tutti quanti voi vi siete eretti a difensori, scopra i colpevoli, raggiunga i protagonisti efferati del nefando delitto, li punisca come meritano di essere puniti e chiarisca i retroscena dell’assassinio di Moro. La battaglia per l’ordine pubblico e la normalità della vita democratica sarà vinta solo quando saranno approvate e risulteranno operanti riforme incisive nel settore della polizia e della magistratura. Dobbiamo muoverci — non c’è più tempo da perdere — per recuperare quella residua credibilità che ancora può recuperarsi; ne abbiamo bisogno — ripeto: non c’è più tempo da perdere — se vogliamo salvare la prima Repubblica e con essa la democrazia.Ai giovani bisogna dare la giusta collocazione nell’ambito di una società che non li respinge, ma che li accolga. In tale direzione dobbiamo muoverci; chi si attarda non rende un servizio alla democrazia, chi si attarda offre una silenziosa compiacenza alle Brigate rosse. Dobbiamo guadagnare il tempo perduto, che voi avete perduto. La storia non sappiamo cosa scriverà della vicenda che parte dal 16 marzo e ha il suo epilogo alle 11 del mattino del 9 maggio 1978. Altri hanno fatto ad essa appello e ne avevano il diritto. Noi non siamo in grado di anticipare pagine di storia; possiamo solo dire — e lo diciamo a gran voce — che i socialisti anche in questa occasione sono rimasti fedeli alla loro storia, che è storia di libertà e di vita”.
Pubblicato il 9 Maggio 2019



