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La vendetta di San Nicola

Subito dopo l’arco che dal lungomare conduce a San Nicola, in quella che fu la sede del vecchio Muso Civico è ospitato il Tesoro di San Nicola. Vi sono custoditi i doni dei fedeli accumulatisi in oltre nove secoli di devozione. In precedenza quella ricchezza occupava un piccolo ambiente della Basilica, il primo a destra, entrando. Un patrimonio composto in prevalenza da manufatti in oro e in argento il cui valore è pressoché incalcolabile, essendo stato alimentato da re, papi, principi e ricchi mercanti (l’elenco del 1361 che ne fa l’elenco è lunga 5 metri). Una ricchezza dalla quale è sempre stato impensabile attingere, stante l’aura mistica e un po’ magica che l’avvolgeva. Ma esistono le eccezioni. La più recente risale al 1799, quando i Francesi scesero nel Mezzogiorno a sostegno della Repubblica Partenopea. In quella circostanza il generale Broussier impose tributi alle città ribelli. Per raccogliere i 3.000 ducati richiesti a Bari vennero depredate le chiese e, in parte, anche il Tesoro del Santo (Broussier venne però richiamato a Parigi dal Direttorio per rispondere davanti al Consiglio di Guerra dell’accusa di concussione…). Per l’eccezione più remota, invece, dobbiamo retrocedere al 1480, ai tempi di Ferdinando I, altrimenti noto come Ferrante d’Aragona. Quando dopo il sacco di Otranto il re di Napoli fu nella necessità di contrastare seriamente i Turchi, trovandosi con le tasche vuote non esitò a ‘chiedere’ ai canonici di San Nicola di consegnarli una parte del Tesoro con la promessa di restituire il ‘prestito’ (magari con l’aggiunto di un dono personale) a guerra finita. Senza molto entusiasmo, i canonici obbedirono. Quando poi Otranto fu riconquistata, scrissero al re perché mantenesse la parola data. Re Ferrante si dimostrò non solo duro d’orecchi ma pure recidivo. Nel 1495, infatti, adducendo altre scuse, procedette a una seconda spoliazione. Mal gliene incolse questa volta. A raccontarlo è un passo della ‘Descrittione di tutta Italia’, di fra’ Leandro Alberti, padre domenicano di Bologna, che nel 1525 fu anche a Bari. Parlando del doppio fattaccio con quei ‘venerandi Sacerdoti’, seppe che “da quel tempo in qua (si come era cosa volgata) mai più havea prosperato detto Re, anzi sempre erano (non solamente di esso ma anche dei suoi figlioli) passate le cose di male in peggio come a tutta Italia era manifesto”… I doni a San Nicola continuano ad accumularsi. Alcuni hanno fatto scalpore. Nel 1987, in occasione del IX centenario della traslazione delle reliquie del Santo, devoti di Salemi, un piccolo centro del trapanese del quale San Nicola è protettore da sette secoli (!), vennero a Bari in pellegrinaggio. Dopo la messa celebrata dal vice parroco della cittadina siciliana, Don Giuseppe Maniscalco, i devoti offrirono al Santo un’ampolla contenente un olio profumato. Simbolicamente Padre Maniscalco versò alcune gocce di quell’olio sul marmo della Tomba e quelle gocce vennero prontamente ‘assorbite’… San Nicola volle mostrare d’aver gradito?… Quell’ampolla, con l’olio rimasto, è custodita nel Tesoro.

Italo Interesse

 

 

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