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“La vera cagione de’ vampiri è la nostra fantasia”

Medveđa è anonimo un centro abitato di neanche tremila anime nel territorio di Trstenik, in Serbia. Eppure in molti vanno a visitarlo. Loro meta : il cimitero. Ad attirare i turisti dell’orrido è il passato di Medveda. Quasi tre secoli fa questo villaggio fu agitato da una doppia epidemia di vampirismo che mise a rumore tutta Europa. Tutto ebbe inizio nel 1725, anno in cui tale Arnold Paole mori per un incidente. Poche settimane dopo la sepoltura di Paole nel camposanto di Medveda, quattro abitanti dello stesso villaggio cominciarono a lamentarsi di essere tormentati dal suo fantasma. Costoro morirono inspiegabilmente a poca distanza l’uno dall’altro. Dietro pressione della collettività, l’Autorità locale dispose la riesumazione del presunto vampiro. La salma si presentava intatta, con sangue fresco uscito dal naso e dalle orecchie… Per tenere buona la popolazione il borgomastro ordinò che si procedesse alla nota procedura del paletto piantato nel cuore con un colpo di martello. Stando alla relazione del borgomastro, il presunto vampiro reagì emettendo uno spaventoso grido. Gli tagliarono allora il capo e cremarono il corpo. Poi dissotterrarono le quattro presunte vittime di Paole e rinnovarono la macabra procedura. Sembrava tutto finito, invece cinque anni dopo, nell’inverno del 1731, ecco a Medveda una seconda ‘epidemia’ : Questa volta a morire furono in sedici e nel giro di poche settimane, alcuni dopo tre giorni di “languore”, altri improvvisamente, senza un perché. Questa volta il borgomastro allertò Vienna, che spedì una commissione medica. Dopo una prima indagine, il Prof Glaser, che presiedeva la Commissione, acconsentì all’esumazione di quei defunti. Con sua sorpresa, scoprì che molti di essi non erano decomposti, anzi si presentavano “paffuti” e la loro pelle aveva un colore “rosso e vivo e la pelle su  mani e piedi, insieme alle vecchie unghie, cadeva da sola, ma al di sotto ecco unghie completamente nuove, insieme ad una pelle fresca e vivace”. Anche Glaser dovette arrendersi alle richieste degli abitanti (i quali, diversamente, avrebbero abbandonato in massa il villaggio) e disporre la procedura di de-vampirizzazione. Prudentemente, senza accennare al vampirismo, Glaser nella sua relazione formulò l’ipotesi che il “fenomeno” potesse attribuirsi a singolari proprietà chimiche dei banchi argillosi di Medveda. La sua relazione ebbe larga diffusione in Europa occidentale contribuendo alla diffusione del mito del vampiro (mito che avrebbe conosciuto la sua ‘consacrazione’ nel 1897 con la pubblicazione di ‘Dracula’ di Bram Stoker). Il caso-Medveda catturò l’interesse di molti intellettuali, studiosi e uomini di chiesa. Tra questi ultimi figura un arcivescovo barese, Giuseppe Antonio Davanzati (1665-1755), autore di una ‘Dissertazione sopra i vampiri’ pubblicata nel 1739 e che circolò in tutta Europa incontrando anche l’apprezzamento del pontefice allora in carica, Benedetto XIV. La conclusione di Davanzati fu che il “morbo o la strage dei vampiri” altro non fosse che un prodotto dell’immaginazione : “Dico dunque che per isciogliere e schiarire questo fenomeno non vi è d’uopo più ricorrere in cielo per i miracoli, né all’inferno per i demoni, né su la terra per invenire le cagioni, né molto meno vi è di mestieri ricorrere a’ filosofi per consultarne i loro sistemi. La vera causa di queste apparenze, chi brama di trovarla, non altrove la potrà trovare che in se stesso, e fuori di se stesso non la troverà giammai ; la vera cagione de’ vampiri è la nostra fantasia corrotta e depravata.”

Italo Interesse

 

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