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“Laccara deputato? Stia sereno… manca ancora qualche settimana per le candidature”

Contrariamente alle previsioni di che sosteneva che, a poche settimane dalle elezioni politiche, le dimissioni irrevocabili di Pasquale Di Rella dalla presidenza dell’assemblea comunale barese avrebbero provocato una lacerazione della maggioranza di centrosinistra con l’elezione del successore solo al quarto scrutinio (ossia quando non sarebbe stato più necessario il quorum qualificato dei 2/3 del plenum consiliare per la scelta del nuovo nome), la crisi è stata invece risolta addirittura alla prima votazione, con la nomina del “renziano” Michelangelo Cavone, che ha ottenuto i 24 voti necessari a chiudere la “partita”. Come è noto, 23 sono stati i voti confluiti sul nome del neo presidente del consiglio comunale da parte del raggruppamento di consiglieri che sostiene il sindaco, Antonio Decaro (Pd), mentre il 24° voto è giunto da un esponente di opposizione, Livio Sisto (ex schittulliano, ora di Ap), che, dissociandosi dai colleghi di schieramento, che non hanno neppure ritirato la scheda di voto, ha consentito l’elezione di Cavone alla prima tornata e, quindi, il capovolgimento dei pronostici. Infatti, senza il voto di Sisto a favore di Cavone, l’operazione di eleggere alla prima “botta” il successore di Di Rella non sarebbe stata possibile, perché due esponenti della maggioranza (il consigliere che aveva abbandonato la poltrona da occupare e verosimilmente la consigliera Ilaria De Robertis, che con lui era in abbinamento elettorale alle amministrative del 2014), entrambi ex Pd ed ora nel gruppo Misto, non erano allineabili alla tesi di chi voleva chiudere subito la partita con l’elezione alla guida dell’aula “Dalfino” di un “renziano”. Ed è proprio su questo punto che, nei giorni precedenti la seduta di consiglio con all’Odg la nomina del nuovo presidente, si è forse consumata la disputa all’interno della maggioranza di centrosinistra, per l’individuazione del nome da far succedere a Di Rella. Infatti, – come è pure noto – nei giorni precedenti l’elezione, ad ambire alla carica di presidente dell’Assemblea comunale barese c’erano, oltre a Cavone (Pd), almeno altri tre nomi. Ossia il capogruppo del Pd, Marco Bronzini, la ex schittulliana e più suffragata in termini di preferenze tra gli eletti in consiglio, Anita Maurodinoia, ed il “decariano” Francesco Giannuzzi, espressione nel 2014 della lista civica “Decaro sindaco”. Ma – secondo qualche bene informato – il nodo più significativo da sciogliere per il sindaco Decaro, a poche settimane dalla scadenza del termine per la composizione e presentazione delle liste elettorali per le politiche del 4 Marzo prossimo, era quello di voler dimostrare al segretario nazionale del suo partito nonché (in teoria) suo riferimento di area interna al partito, Matteo Renzi, che i rapporti politici nel Pd barese con il governatore pugliese, Michele Emiliano (anch’egli leader di una propria corrente interna al partito, “Fronte democratico”) non sono di subalternità, ma di competitività. Per cui, dopo la nomina lampo della scorsa estate del “emilianista”  Pierluigi Introna (Pd) a vice sindaco, nonostante il persistente atteggiamento del governatore pugliese a tenere fuori della giunta regionale la rappresentanza renziana che pur spetterebbe, considerati i rapporti di forza all’interno del gruppo regionale del Pd. Quindi, far eleggere ora alla presidenza del consiglio comunale barese un altro esponente vicino al governatore pugliese, o di un gruppo politico a lui collaterale, sarebbe stato un altro segnale assai poco rassicurante per Renzi sulla situazione del Pd barese. Ed, in particolare, sulla reale affidabilità di chi è a capo della la propria corrente politica nel capoluogo pugliese. In ballo, infatti, ci sarebbe l’aspirazione del segretario regionale del Pd, Marco Lacarra, a fare il capolista nel listino barese del Pd per la Camera di Deputati alle elezioni di marzo prossimo. Posizione in lista, questa, che garantirebbe a Lacarra il seggio sicuro a Montecitorio. Pertanto, – sempre secondo lo stesso bene informato – la mossa di aver portato rapidamente alla presidenza un consigliere “renziano” vicino a Lacarra, qual è per l’appunto Cavone (oltre che amico personale del palesino d’origine Nicola Centrone, capo Gabinetto del ministro renziano allo Sport, Luca Lotti), è stata evidentemente una scelta finalizzata a lanciare segnali rassicuranti ai vertici romani di piazza del Nazzareno e tendenti a dimostrare un sufficiente grado di indipendenza nei rapporti di rivalità politica interna del duo renziano barese “Decaro-Lacarra” dal leader di “Fronte democratico” e antagonista del segretario nazionale del Pd all’ultimo congresso, Emiliano per l’appunto. Sta di fatto, però, che senza l’ok di Emiliano per Decaro e Lacarra sarebbe stato praticamente impossibile riuscire a far eleggere in quel ruolo Cavone o un qualsiasi altro nome da loro proposta. Infatti, all’interno della maggioranza consiliare del Comune di Bari il maggior numero di proseliti, sia nel gruppo del Pd che in quelli delle altre forze satelliti, li annovera quasi sicuramente il governatore pugliese e non di certo il sindaco Decaro o il segretario del Pd pugliese, Lacarra. Quindi, l’ok determinante all’elezione del neo presidente dell’Assemblea comunale barese l’ha dato sicuramente Emiliano, il quale evidentemente è partecipe del progetto di mandare in Parlamento il segretario Lacarra, al fine di liberare il posto in consiglio regionale per la “lady preferenze” del Comune di Bari, Maurodinoia per l’appunto, che è risultata prima dei non eletti del Pd nella circoscrizione barese alle regionali del 2015. Pertanto, anche alla luce dei sondaggi, l’unica certezza per far eleggere Lacarra sarebbe quella di candidarlo al primo posto del listino proporzionale del Pd della provincia di Bari. Perché una sua candidatura nel maggioritario, ossia in uno dei collegi  pugliesi con il sistema uninominale sarebbe altamente incerta nel risultato. Quindi, dopo l’elezione del palesino Cavone alla guida dell’aula “Dalfino”, e quindi la presunta dimostrazione a Renzi che Emiliano al Comune di Bari non la fa sempre “da padrone”, il renziano Lacarra dovrebbe stare sereno per il suo imminente sbarco a Montecitorio, grazie ad un primo posto nel listino bloccato, ma sicuramente anche con l’ok, come per Cavone, di Emiliano. Anche se, per la verità, manca ancora qualche settimana alla data di scadenza di presentazione delle liste per il Parlamento e di acqua sotto i ponti ne potrebbe passare ancora parecchia, prima che Renzi si convincano che uno posto da presidente di consiglio comunale, sia pure di una grande città come Bari, conquistato alla propria corrente possa valere quanto quello di un seggio alla Camera.

 

Giuseppe Palella


Pubblicato il 16 Gennaio 2018

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