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Laureri: “Bari merita la ‘A’, ma adesso la priorità è conquistare la serie cadetta”

A Bari per Maurizio Laureri è casa, non solo perché ha sposato una barese, o ha vissuto sette stagioni e disputato 100 presenze segnando anche due gol più uno in Coppa Italia, ma perché è un qualcosa di indescrivibile che traspare dalle sue parole profonde e sguardo. Se i grandi campioni con il pallone di oggi, cambiano casacca per tanti milioni di euro in più, e poi piangono lacrime di coccodrillo come si suole dire, quella è pura ipocrisia,ed in quel caso come ha asserito di recente Daniele De rossi, farebbero miglior figura a tacere. Ma non è il caso di Maurizio, nativo di Milano dove vive anche lì vicino, ma ogni estate scende e non perde occasione per incontrarci e salutare qualche suo ex compagno di squadra, a questo giro è riuscito a salutare l’ex capitano biancorosso, Giorgio De Trizio, inseparabile con Giovanni Loseto e sui due ci ha raccontato anche uno sketch del passato. Maurizio Laureri ai nostri microfoni con sfondo l’Università degli Studi, Aldo Moro e la sua fontana ha risposto alle nostre domande e dedicato pensiero di affetto a due suoi ex compagni scomparsi, rispettivamente Cucchi e Franco Pisicchio.

Raggiante come sempre e biondo come allora, Maurizio?

“Ho qualche anno in più, ho smesso a 40 anni, ora ne ho 55 compiuti, avrò qualche capello bianco nascosto (ride, ndr). A Bari ho trascorso stagioni intense, conosciuto mia moglie, trovato tanti amici e soprattutto prima che una squadra ho trovato un gruppo di amici, ognuno era pronto a gettarsi nel fuoco per il proprio compagno di squadra. Non sono stato continuativamente a Bari, c’è stato anche un intermezzo a Barletta nell’89/90 ma ogni volta che sono tornato sono stato accolto come il primo giorno. Bari è casa e la porto nel cuore”.

In questi giorni c’è stata una donazione da parte tua di due maglie biancorosse della ‘Sud Factoring’ al Museo del Bari, indossate in un Lazio Bari e l’altra in un Bari Lazio, una nel 90/91 e l’altra nel 91/92.

“Per il Museo del Bari, l0amico Fabio e gli altri che presto conoscerò è un piacere ed un onore augurando anche a loro di realizzare il loro sogno, perché la maglia del Bari è gloriosa e pesante e va onorata sempre, dando l’anima, poi si può sbagliare o non raggiungere l’obiettivo, ma bisogna uscire dal campo come facevamo noi, senza risparmiarsi. Le maglie in questione, sono di due gare contro la Lazio, una in trasferta terminata 1-1 all’Olimpico per noi segnò Florin Raducioiu e l’altra casalinga una sconfitta dolorosa contro le Aquile”.

Tra i tuoi tecnici biancorossi, partendo per ordine, citiamo Catuzzi ma anche il diesse che ti ha portato, il compianto Franco Janich..

“Ho letto che di recente a Parma gli è stato dedicato un Centro Sportivo, felicissimo per la notizia. Catuzzi è stato un maestro di calcio ed insegnava valori, il suo era un calcio totale ed avrebbe lo dico senza remore, meritato una carriera ancora più importante, ma ciò che ha fatto ed ha lasciato, è memorabile e resta negli almanacchi. A Catuzzi sono molto grato per avermi valorizzato, spinto a giocare più avanti e dato tanta fiducia. Sul diesse Franco Janich, anche in questo caso, c’è grande riconoscenza ed aggiungo che era un grandissimo uomo di calcio, prima da calciatore, amava l’arte e costruiva le sue squadre come fossero dipinti. Grazie Janich”.

Con Gaetano Salvemini hai debuttato in ‘A’ un pensiero anche per lui.

“Mister Salvemini mi ha fatto debuttare in A e pur non avendo realizzato tante presenze per molteplici motivi, ricordo con piacere il gol del tre a zero segnato alla Dea in Coppa Italia, in quell’occasione Joao Paulo fece doppietta ed io misi il punto esclamativo contro l’Atalanta. Mentre al debutto contro la Juve mi toccò marcare Platini, ma ripeto sono stati tutti anni fantastici. Quell’anno ricordo un’intervista a Giorgio De Trizio, con Giovanni Loseto che era appostato dietro Giorgio: Due grandissimi esempi e bandiere, Giorgio e Giovanni, ma a fine di quell’intervista rilasciata alla Rai da De Trizio, Giorgio si girò verso Giovanni e disse in dialetto se fosse andato bene, e Loseto gli diede prontamente una gomitata per ricordargli che non si era conclusa la diretta. Eravamo un gruppo forte in tutti i sensi”.

A Bari hai lasciato tanti amici, però ci sono delle partite che a causa di un grave infortunio le hai vissute con due tuoi compagni da dietro la porta. Raccontaci..  

“Certamente, con il grande Carletto Perrone e Fabio Lupo, ci ritrovammo quasi da racchetta palle, ma in realtà con le stampelle per degli infortuni, ad incitare i nostri compagni ed incoraggiare i ragazzi. Purtroppo non avevamo altro modo, in tribuna non volevamo andare e chiedemmo il permesso alla società di metterci dietro alla porta, aggiungo che eravamo ancora allo stadio ‘Della Vittoria’. Permettimi, di fare un augurio speciale al mio amico Carletto Perrone, perché è andato in Portogallo ad allenare e meritava questa opportunità”.

Stagione 1994. In quel Bari c’era come capitano, un altro barese dopo Giovanni Loseto, ovvero Emiliano Bigica. Il tuo ricordo di quella stagione conclusiva con il Galletto?

“Ci fu un avvicendamento e cambio generazionale, un passaggio di consegne. Il Bari del 92/93 aveva sfiorato la promozione ma fu molto sfortunato e ci furono diversi infortuni. Molti giocatori provenienti dal vivaio biancorosso che si erano ritagliato spazio furono messi in prima squadra. Tra tutti fu scelto dal tecnico e dai compagni, un giovanissimo Emiliano Bigica come capitano, insieme ai vari Amoruso, Andrisani, Tangorra e poi assieme a Protti, Tovalieri ed un organico di primissima scelta avvenne la scalata. Alla fine di quel campionato conquistammo la promozione, io realizzai pochissime presenze ma ero un uomo spogliatoio ed aver conquistato la promozione anche al San Nicola, con il ricordo che avevo di averlo fatto anche al ‘Della Vittoria’ ti resta per sempre”.

Dato che ne hai vinti di campionati che tipo di consiglio o augurio dai ai biancorossi di mister Mignani?

“Non sono io che devo dare consigli però sicuramente faccio l’augurio di conquistare la promozione perché Bari merita la massima categoria. Adesso il primo step è quello di tornare in B e la società sta lavorando in quest’ottica, ma servirà massima determinazione e niente fronzoli”.

Un ultimo pensiero o dedica a due grandi promesse del calcio, Franco Pisicchio e Enrico Cucchi, due ex Bari, scomparsi premarturamente.

“Due grandi bravi ragazzi, pieni di voglia di vivere e molto generosi. Con Enrico (cucchi, ndr), ci conoscevamo dalle giovanili dell’Inter, si parlava di un grande talento,a veva forza esplosiva tale che lo soprannominarono ‘dinamite’ e dalla distanza tirava sassate. A Bari divenimmo anche compagni di stanza, ma non riusciva o è riuscito ad esprimersi su quei livelli che lo avevano contraddistinto, forse per motivi che dopo ne hanno segnato per sempre la sua carriera, questo non lo sapremo mai, ma ha lasciato un grande vuoto. Franco Pisicchio quando era a Bari aveva 17 anni o gù di lì ed andava ancora a scuola. Un ragazzo talentuoso e dotato tecnicamente. La mia assoluta vicinanza ai loro famigliari”: (Ph. Tess Lapedota).

M.I.

 

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