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Le bufale di Guglielmo

Compito dei poeti di corte era compiacere il loro signore componendo versi celebrativi in occasione di qualunque evento facesse alla bisogna : un genetliaco, un anniversario, la nascita di un figlio maschio, un’investitura, un vittoria in guerra, un successo diplomatico… La più remota figura di questo tipo di cui si sia conservata memoria è stata da noi quella di Guglielmo di Puglia, un erudito vissuto nell’XI secolo. Di costui si sa solo che tra il 1088 e il 1099 compose ‘La geste de Robert Guiscard’, un poema in esametri distribuito in cinque Libri in cui si celebra l’epopea normanna. L’opera gli era stata commissionata da Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo in un delicatissimo momento politico  : l’alleanza fra Normanni e Papato in vista della prima crociata. Per Guglielmo era l’occasione per passare alla storia. Il cortigiano pugliese non se la lasciò scappare spingendosi anche al di là delle proprie possibilità tecniche (pur chiaro, il poema si presenta lento e astratto, incline a specchiarsi in sé stesso). L’opera esalta le numerose ‘virtutes’ del nobile normanno in una visione “provvidenzialistica” dell’Altavilla. Virtù che si manifestano non soltanto nelle operazioni militari e nelle altre imprese di maggiore importanza in cui egli dovette profondere tutto il suo impegno, ma anche in circostanze di minor rilievo, attinenti la sfera del comune quotidiano. Il Guiscardo, per esempio, si sarebbe distinto per la cattura di un pesce di straordinaria grandezza e di forma mostruosa (“piscem… / … horrendo corpore magnum” , vv. 167-168) che avrebbe sfamato per lungo tempo lui stesso e i suoi. Di quale creatura poteva trattarsi, di un pescespada, un tonno ? Se la preda potette sfamare per giorni re e cortigiani viene da pensare più ad una cattura avvenuta in alto mare durante una traversata che al frutto di una gita in barca. Per cui,   dando spago alla fantasia, si possono vedere re e cortigiani che per ingannare il tempo nel corso della navigazione gettano gli ami e si sfidano a chi pesca il pesce più grosso. Naturalmente scommettono. E siccome quella è gente che non bada a spese, ecco in palio una borsa di monete d’oro. Il resto è affidato al caso. Date le circostanze, ami ed esche non possono essere che gli stessi per tutti, sicché a fare la differenza è il solito Fattore C. E siccome la Dea Bendata, si sa, sta sempre dalla parte dei potenti, indovina un po’ chi vince. Forse il Guiscardo pesca niente di che, un pescespada da quaranta chili, una bestia però che fa paura per come dimena la sua arma fino a poco prima d’essere issata a bordo. A questo punto, con cortigiana solerzia, il poeta di corte aggiunge uno zero al numero di chili della preda cui gratuitamente attribuisce caratteri mostruosi.

 

Italo Interesse

 

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