Cronaca

Le case dei boss mafiosi diventano due Centri Servizi per i ragazzi

Oggi quelle che un tempo erano le abitazioni di Antonio Capriati e Savino Parisi, i due boss della malavita locale tuttora in carcere, sono state confiscate e diventano spazi comunali destinati a ragazzi a rischio e disagiati, rappresentando per loro una preziosa opportunità di rinascita mediante percorsi di integrazione e di reinserimento sociale. I due Centri Servizi sono stati inaugurati ieri mattina a Bari, alla presenza del Sindaco della città Michele Emiliano e dell’Assessore al Welfare Ludovico Abbaticchio: nella casa di Antonio Capriati, in Piazza San Pietro 29, nel centro storico, è sorto il Centro Risorse per adolescenti, mentre l’abitazione di Savino Parisi è diventata una Comunità di Prima accoglienza. Luoghi simbolici in cui c’è il rischio che tutto ricominci daccapo. Il primo, nel borgo antico, sorge in un luogo simbolico, fra muri su cui è possibile ancora oggi vedere i segni della guerra combattuta a colpi di armi da fuoco fra i vari clan: sembrano di un tempo ormai remoto, invece sono state combattute solo una decina di anni fa. Un luogo in cui prima comandavano le famiglie mafiose dei Capriati, degli Strisciuglio e dei Laraspata, ma su cui adesso ha posato la sua mano protettiva lo Stato. Soddisfatto il sindaco intervenuto per il taglio del nastro: “Questi due presidi, gli ultimi due sugli oltre sessanta confiscati dal Comune di Bari, nascono per di evitare che il destino dei bambini in questo luogo sia segnato per il solo fatto di essere nati qui e questo nostro desiderio di cambiare il destino già scritto nei quartieri difficili della città si sta realizzando concretamente utilizzando proprio i beni della malavita: noi non abbandoniamo nessuno, neanche i figli dei mafiosi, perché lo Stato è presente e ha il dovere di restituire a tutti i bambini le stesse possibilità, come scritto nella nostra Costituzione, per cambiare lentamente le cose.”  Entrambi i Centri sono stati realizzati nell’ambito di un progetto unico, dal nome “L’albero che non c’è”, che si propone come strumento di supporto all’integrazione degli interventi di inclusione sociale rivolti ai giovani residenti a Bari. Molteplici i servizi che questo progetto si propone di offrire: nel Centro risorse ci saranno, infatti, attività di orientamento, incontri formativi, laboratori creativi, verranno creati percorsi di informazione e sensibilizzazione ai diritti e doveri di cittadinanza e “tool kit” per conoscere il territorio, inoltre verranno elaborati progetti personalizzati per l’inserimento lavorativo, mentre nella Comunità di prima accoglienza verranno forniti progetti educativi individualizzati e servizi di segretariato sociale, assieme ad attività di coordinamento e integrazione con i servizi del territorio. L’intero progetto, che nasce nell’ambito del PON FESR “Sicurezza per lo sviluppo – Obiettivo Convergenza 2007-2013” volto a contenere gli effetti delle manifestazioni di devianza, è dunque rivolto ai giovani fra i 15 e i 18 anni residenti nel Comune di Bari e ai ragazzi tra i 15 e i 21 anni transitati nel circuito penale e le sue attività sono state affidate per 11 mesi all’ATS, costituita dalla Cooperativa Sociale CAPS, dall’Associazione UNISCO e dal Consorzio Meridia, a cui è stata aggiudicata la gara d’appalto. Definita dall’assessore Abbaticchio “una vittoria di tutta la città”, l’intera operazione di ristrutturazione degli immobili è inoltre costata 150 mila euro. La lotta dello Stato alla criminalità organizzata, dunque, non si arresta e va anzi incoraggiata e sostenuta per il benessere dell’intera comunità, richiedendo una collaborazione sinergica e perseverante fra le autorità pubbliche del contrasto e i cittadini.

 

Lorena Perchiazzi


Pubblicato il 28 Settembre 2012

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