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Le matriarche non fanno sconti

Trappola o poleveriera? Non sai come chiamarla questa casa di Bernarda Alba. Fra le mura della casa di una ricca vedova di un retrivo paesetto dell’Andalusia degli anni trenta la tensione è pane quotidiano, sì che una conflagrazione che si annuncia risolutiva è sempre nell’aria. Ma persino il suicidio di una figlia non basta a spezzare questa spirale della paura e dell’ignoranza. La trappola, allora. Nel mettere in scena l’atto finale della trilogia lorchiana dedicata al ruolo della donna e alla sua sottomissione nella spagna rurale franchista, Vito Signorile ricorre a un segno forte : una grande rete interposta verticalmente tra la platea e la scena. Una rete che fa pensare ognuno, interprete o spettatore, recluso all’interno di una sistema di falsi valori. Ma si può andare anche oltre una chiave di lettura pirandelliana. Guardando le cose dall’alto della ripida gradinata del Nuovo Abeliano sembra di stare in un ideale Curva Nord di un qualche campo di provincia, uno di quei piccoli impianti dove la folla, stando a ridosso della porta, può vivere tutto il pathos di mischie furiose e gesti atletici. Seguitando con l’audace paragone, La casa di Bernarda Alba fa pensare  a una di quelle partite sofferte dove si gioca in una sola metà campo, dove una sola porta è assediata e il goal è atteso dalla folla fremente come una liberazione. Poi la grande occasione si presenta : la povera Adela si suicida. Ed è come se l’Autore qui infliggesse la ‘massima punizione’, ovvero l’evento che promette di spezzare l’odiosa tirannia di questa donna irriducibile. Ma persino un rigore può non bastare se Bernarda si riconferma madre tiranna. Sicché il portiere para o la palla va fuori e il sogno della catarsi sfuma. Resta così la frustrazione di una rete inviolata e destinata a restare tale sino al triplice fischio di chiusura (Bernarda ordina un lutto sepolcrale di otto anni per onorare questa ragazza morta ‘vergine’, dettaglio utile a chiudere la bocca alla gente). Queste le suggestioni suggerite dalla molto asciutta messinscena firmata da Signorile e che il generoso Gruppo di Ricerca Teatrale Ciccio Clori interpreta. Una messinscena che mette a fuoco il senso di isolamento vissuto da un nucleo famigliare e, all’interno dello stesso, da ogni singolo componente. Dando centralità a questo tema, Signorile ne fa lo spunto per raccontare, quasi a preludio de La Casa di Bernarda Alba, un’altra solitudine, quella di Ivan Ivanovic Njuchin, protagonista di “Il tabacco fa male”, arguto atto unico scritto da Cechov nel 1902. Ancora un allestimento minimale (bastano un leggio e un cono di luce) che vede Luciano Magno raccontare con dignità il lento declino di un marito vessato da una matriarca implacabile. Ancora una madre che non fa sconti.

Italo Interesse

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