Cultura e Spettacoli

Le pays d’Arto: memoria è un territorio fragile

Al Bif&st 2026, il film di Tamara Stepanyan intreccia identità e paesaggio in un racconto sospeso tra storia e intimità

Nell’ambito di un cinema che si interroga sul rapporto tra individuo e memoria collettiva, Le pays d’Arto si distingue come un’opera di raffinata sensibilità, capace di trasformare il paesaggio in una superficie emotiva stratificata. Presentato al Bif&st 2026, all’interno del concorso Meridiana, il film di Tamara Stepanyan si colloca su  quella linea di confine che dilata il racconto personale a risonanze storiche più ampie. Céline arriva in Armenia per la prima volta per ufficializzare la morte del marito Arto.

Scopre che le ha mentito, che è andato in guerra, che ha assunto la sua identità e che i suoi ex amici lo considerano un disertore. Inizia per lei un nuovo viaggio, alla scoperta del passato dell’uomo. Stepanyan costruisce un dispositivo narrativo sfuggente, fondato su un equilibrio sottile, tra presenza e assenza. Il “paese” evocato dal titolo non è soltanto uno spazio geografico, ma un luogo mentale, attraversato da memorie diasporiche e tracce di un passato che si sottrae a una ricostruzione lineare.

In questo senso, il film si sviluppa per accumulo di frammenti, lasciando che siano le immagini, più che le parole, a suggerire connessioni e significati. La regista dimostra un controllo notevole del ritmo, scegliendo tempi dilatati che favoriscono una fruizione contemplativa. I silenzi, lungi dall’essere vuoti, diventano materia viva, carica di tensione emotiva. La macchina da presa si muove con discrezione, spesso soffermandosi su dettagli apparentemente marginali ( un volto, un paesaggio, un gesto quotidiano ), che finiscono per assumere una valenza simbolica.

È proprio nella relazione tra intimità e Storia che Le pays d’Arto trova la sua dimensione più compiuta. Stepanyan evita ogni forma di didascalismo, preferendo alludere piuttosto che dichiarare, e affidando allo spettatore il compito di colmare le lacune. Ne deriva un’esperienza che richiede attenzione e disponibilità, ma che sa restituire, in cambio, una profondità rara. Non sono assenti alcune rigidità formali, soprattutto in certe scelte che rischiano di cristallizzare il flusso emotivo in una composizione eccessivamente controllata. Tuttavia, queste lievi incrinature non compromettono la coerenza complessiva dell’opera, che mantiene una sua integrità espressiva.

Nel panorama del concorso Meridiana, spesso orientato verso un realismo più diretto, il film si distingue per la sua vocazione elegiaca e per una ricerca estetica che privilegia la sottrazione. Le pays d’Arto non si offre come un racconto immediato, ma come uno spazio da attraversare lentamente, in cui ogni immagine sembra custodire una memoria in bilico tra perdita e resistenza. In definitiva, Tamara Stepanyan firma un’opera che rifugge la linearità per abbracciare una forma più libera e meditativa, confermandosi come una voce capace di coniugare rigore formale e intensità emotiva. Un film che non impone il proprio senso, ma lo lascia emergere, con discrezione, nel tempo della visione e, soprattutto, in quello del ricordo.(red.)


Pubblicato il 28 Marzo 2026

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