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Le statuette votive di Mottola

L’uso della terracotta è remotissimo. Oltre che olle, crateri ed altri recipienti di differenti dimensioni e impiego, l’antica coroplastica produceva statuette raffiguranti divinità. Tali riproduzioni, quando piccolissime erano lavorate a mano. Diversamente, erano prodotte in serie premendo palline di argilla dentro stampi-prototipo in legno. Prima di mettere il manufatto a cottura, ad una temperatura compresa fra 600° e 800°, l’artigiano usava praticare nel piedistallo della statuetta un piccolo foro di sfiato per permettere al vapore di fuoriuscire. Una volta che la statuetta era pronta, poteva essere ricoperta con uno strato ceramico di differenti colori. Questo strato veniva ricotto a bassa temperatura. Le statuette avevano largo impiego : a volte avevano funzione ornamentale domestica, altre volte facevano parte di corredi funebri. Più spesso erano utilizzate per invocare una grazia ad una divinità o per ringraziare la stessa per averla ottenuta ; in questo caso venivano acquistate all’ingresso del santuario e collocate sui banchi dei templi o vicino alla statua di culto. Quando diventavano troppe, i sacerdoti le gettavano in una “discarica sacra”, avendo cura, prima, di romperle per evitarne in seguito il recupero. Il Museo Archeologico di Taranto conserva un centinaio di questi pezzi, provenienti dal sito di Dolcemorso. A questo toponimo suadente e dall’etimologia inafferrabile corrisponde una boscosa contrada del territorio di Mottola. In vetta a un rilievo di 320 m. sono stati rinvenuti i resti di un insediamento fortificato risalente all’epoca peuceta (VIII secolo a.C). Il rinvenimento è avvenuto alla fine degli anni ottanta e – duole dirlo – sulla base della segnalazione di precedenti scavi clandestini. Ad oggi l’insediamento di Dolcemorso è stato oggetto di una sola e limitata campagna di scavi condotta dalla Sovrintendenza Archeologia di Puglia tra il 1998 e il 1999. Di più non si è potuto, essendo la collinetta coperta da una fitta boscaglia, per cui il sito è di fatto inesplorato. I lavori hanno messo in luce i resti – ben conservati – di una decina di alloggi sviluppati per un 500 metri quadri in prossimità di una probabile acropoli e di una doppia cinta muraria. Le mura si presentano innalzate in opera poligonale, ovvero composte da grandi massi lavorati sino ad ottenerne forme squadrate, ideali per incastrarsi senza bisogno di calce o malta. La prima cinta presenta tre ingressi ravvicinati e una rampa d’accesso che, si ipotizza, conducesse a una postierla (piccola apertura che nelle fortificazioni del passato era praticata in luogo nascosto e distante dalle porte principali per assicurare un passaggio d’emergenza). Ulteriori scavi potrebbero mettere in luce un’area sacra dedicata al culto di qualche divinità peuceta. Tanto giustificherebbe la suddetta abbondanza di statuette. – Nell’immagine una figuretta rinvenuta nella Beozia e raffigurante, forse, Hermes, datata 450 a.C. ; collocazione : Louvre.

Italo Interesse

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