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Le vacche magre non muoiono

Non ci liberemo mai delle carestie. Lo sconvolgimento climatico, l’instabilità politica di alcuni angoli del mondo, la cupidigia delle multinazionali e la stoltezza umana possono molto più dei moderni progressi in fatto di alimentazione, grazie ai quali sfamare sette miliardi di persone non sarebbe impossibile. Mutatis mutandis, non è cambiato molto dai giorni del sogno biblico delle ‘vacche magre’ (Giuseppe, il figlio di Giacobbe venduto come schiavo dai fratelli invidiosi, interpretando un sogno del Faraone profetizzò sette anni di messi abbondanti seguiti da sette anni di carestia). L’elenco delle catastrofi alimentari documentate comincia nel 440 avanti Cristo a Roma. La carestia che nel 1998 mise in ginocchio lo Zimbawe è l’ultima di un elenco che considera quarantatrè voci. Occupiamoci di quella che tra il 1763 e il 1764 flagellò il centro-sud d’Italia. Nella circostanza, più del Granducato di Toscana e dello Stato Pontificio, fu il Regno di Napoli a patire i danni maggiori. La miseria si estese a macchia d’olio prendendo le mosse dalla capitale, la città più vulnerabile del regno di Ferdinando IV di Borbone per via della sua straordinaria popolosità. Della calamità resta traccia in una Cronaca stilata da Mons. Antonio De Rienzo. Il religioso partenopeo sottolinea che, oltre ad una quantità di morti ed un’epidemia di tifo petecchiale, lo stato delle cose produsse la fuga da Napoli di una quantità di  “miserabili”. Spinti dalla disperazione, costoro dilagarono fin nelle contrade più lontane. Delle provincie pugliesi toccò alla Capitanata patire il danno di straccioni affamati, anche violenti e per lo più infetti: “Foggia, Lucera… e qualche altro paese non cadde in morbo epidemico se non quando vi si radunarono a turbe i miserabili cenciosi, le putride esalazioni de’ quali patentemente ferivano ed offendevano l’odorato, come quelli che erano marciti dalla fame”. Per contenere la situazione, prossima a degenerare, l’Autorità intervenne mobilitando l’esercito e disponendo il razionamento del pane: “In Napoli, a Foggia, Lucera e tutte le Città del Regno si dà il pane per via de’ cangelli e con guardie assegnando non più che mezzo rotolo di pane il giorno a persona ed una quarta ai fanciulli”. Nelle stagioni a seguire per prevenire altre carestie venne disposto l’aumento delle aree coltivate. La misura però produsse la contrazione dei pascoli, cosa di cui patì danno l’allevamento transumante, che da secoli vedeva protagonista la piana foggiana, dove dagli Appennini scendevano gli armenti a svernare.

Italo Interesse

 

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