Cultura e Spettacoli

Lear, l’avventato

Del grande sforzo di Goldenart Production che ha consentito la messinscena di ‘Re Lear’ con Michele Placido protagonista ricorderemo l’opportunità della scena. Nel grande disegno di Carmelo Giammello la tragedia è ambientata in qualcosa che assomiglia a una discarica, a rappresentazione (efficacissima) del deserto di rovine  nel quale finiscono con l’essere ‘conferiti’ valori e sentimenti. Sicché in mezzo ad avanzi di maxi tubature, frammenti di statue e pile di pneumatici, spiccano i resti di una gigantesca corona reale. Un po’ meno in evidenza, defilata sul fondo, spunta in mezzo ad altri rifiuti una riproduzione del celebre ritratto di Carlo V realizzato da Tiziano. Migliore riferimento pittorico al leggendario sovrano di Britannia al quale Shakespeare si ispirò non si poteva trovare. Anche Carlo V a un certo punto rinunciò al trono e dopo l’abdicazione condusse vita affatto regale (si spense in un monastero dell’Estremadura). Ma non è questo il punto. Il dipinto in questione ha, involontariamente, del grottesco : L’enfasi della corazza e della bardatura del destriero sembra pensata per dare risalto alla perduta marzialità di un vecchio stanco e perduto nella pretesa d’essere ancora un guerriero. Grosso modo così si sarebbe potuto raffigurare l’impoltronito Lear, campione di stupidità, nel giorno in cui frange il regno e disconosce l’unica figlia amabile nell’illusione, una volta smessa la corona, di vestire i panni del pater familias e di spezzare la noia della pensione giocando all’eminenza grigia. Invano Shakespeare fa di un dilettante del potere, responsabile senza perdono di un’ecatombe, l’emblema dell’ingratitudine umana. Giustamente, allora, la regia (dello stesso Placido e di Francesco Manetti) rinunzia alla tentazione d’ogni grandeur e perviene ad una messinscena spiccia e scarna. Sotto un livido disegno-luci i gesti perdono solennità e si svelano ruvidi, senza grazia, proprio come quelli di oggi ; di riflesso, i costumi (Daniele Gelsi) si fermano a metà strada fra gusto cinquecentesco e (mal)gusto globale. Ritmi giusti dettano un’azione fluida. Centocinquanta minuti che scorrono senza fatica. Apprezzabile il cast. Quanto all’atteso protagonista, Placido non si risparmia. Resta tuttavia l’impressione che il suo campo d’elezione resti il cinema e che in quello teatrale Shakespeare sia per lui l’autore meno congeniale. – Prossimo appuntamento con la stagione di prosa, sabato 21 e domenica 22 febbraio. In cartellone la Compagnia Gli Ipocriti /REP / Gruppo Danny Rose che presenta Pierfrancesco Savino in ‘Servo per due (one man, two guvnors)’, di Richard Bean, tratto da ‘Il servitore dei due padroni’ di Carlo Goldoni. Lo spettacolo è stato realizzato con la partecipazione della Fondazione Teatro della Pergola.

 

Italo Interesse

 

 


Pubblicato il 17 Febbraio 2015

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