Cultura e Spettacoli

L’eleganza del gesto in un secondo, prima dell’infinito

Riccardo Muti al Petruzzelli dirige la Wiener Philharmoniker, standing ovation per il suo concerto

Musica è fermarsi. Abitare la bellezza. Questo è ciò che lo sguardo del maestro Riccardo Muti sa trasmettere al pubblico, in ogni istante della sua presenza sul palcoscenico. Standing ovation per il suo concerto dello scorso 13 maggio al teatro Petruzzelli durante il quale ha diretto magnificamente la Wiener Philharmoniker, storica orchestra che si è esibita per la prima volta all’estero per l’esposizione mondiale di Parigi nel 1900 diretta da Gustav Mahler, e che fu ufficialmente riconosciuta dal governo austriaco come associazione nel 1908. Di grande rilievo la sua collaborazione con importanti direttori d’orchestra a livello internazionale nella storia, come Karajan e Bernstein e il suo rapporto storico-artistico con Richard Strauss. L’eleganza e la straordinaria energia del maestro hanno stregato il pubblico del teatro Petruzzelli, con un programma dalla potenzialità vibrazionale altissima: di Wolfgang Amadeus Mozart la Sinfonia n.
35, in Re maggiore, KV 385 Haffner, e di Franz Schubert la Sinfonia n. 9, in Do maggiore, D 944 La Grande. “Le braccia come diceva Toscanini, sono l’estensione del nostro pensiero musicale. Ma oggi le braccia sono il punto di riferimento dell’attenzione di gran parte del pubblico, perchè siamo diventati una società visiva più che auditiva” sostiene il maestro. Ne hanno fatta davvero tanta di strada le braccia di quel ragazzo di 21 anni, che per la prima volta conobbe Mozart e tentò di cimentarsi con la sua grandezza, interpretandone la pulizia estrema della scrittura. A folgorarlo fu quel re minore: tonalità che accompagna Mozart nelle composizioni più straordinarie, dal Kyrie K341 al Requiem ultimo. Il Don Giovanni, fu la sua prima prova: l’opera che può sembrare proprio uno scherzo del destino, perché nell’aria giocosa contiene invece l’idea di morte e di fine. E sembra di riviverlo nei suoi pensieri, mentre dirige l’orchestra con gesti soavi ma decisi, il primo incontro al pianoforte con Richter, il primo vero incontro con la musica di Mozart. Ogni dettaglio veniva talmente approfondito da diventare naturale, tutto si trasformava in gioia, semplicissima, eppure frutto di un lavoro di ricerca verso l’essenziale, o quando nel 1973 incise due Concerti di Mozart, a Londra: quella lezione indimenticabile di stile e signorilità di Francescatti. Intenso il suo rapporto con Mozart, quasi quanto quello avuto con Verdi. Come dimenticare quelle Nozze di Figaro, volute fortemente da Siciliani con la regia di Strehler, o quella mattina sul presto, in cui aveva ricevuto l’invito speciale di Karajan. Profondamente radicato nell’animo di Muti il senso dell’opera di Mozart, cosa che ha trasmesso perfettamente nella semplicità di cui solo i grandi sono capaci. Caratterizzata l’Opera 35 da dinamiche febbrili e concitate, che avrebbero rispecchiato per sempre il momento speciale in cui era nata, da un Mozart pieno di speranze e progetti e inebriato dai suoi primi trionfi di artista. Il Mozart dei grandi inizi: il Presto finale eseguito meravigliosamente, va a conclusione di una sinfonia dal grande carattere, la cui potenza, come si è detto spesso, strizzava l’occhio ad Haydn, ma nel contempo anticipava la forza asciutta ed essenziale tipica dei temi di Beethoven, senza che la sua eloquenza ne fosse scalfita, come preannuncia tutto il primo movimento ricreato secondo un gusto di grande efficacia teatrale, che Muti ha saputo rendere con grande rigore formale, una sorta di equilibrio tra passato e futuro, racchiuso nell’eleganza dei suoi splendidi gesti. Che dire poi di Schubert: la Grande rappresentava per lui il misurarsi con la Nona di Beethoven e la grandezza di quella sinfonia, fin da quando l’aveva ascoltata la prima volta, ma le cose non furono facili per lui, soprattutto per quel movimento finale considerato troppo noioso, perfino a Parigi. Ma il tempo di Schubert sarebbe arrivato e il riscatto della sua grandezza si deve proprio a direttori come Riccardo Muti, che ne hanno sempre strenuamente difeso e valorizzato i messaggi, sia per l’importanza, sia per l’influenza esercitata fino a Bruckner. Comprendendo che i riferimenti a Beethoven erano un inchino alla sua grandezza, una specie di citazione, l’omaggio di un giovane che guardava oltre, seguendo la sua propria strada. Momenti indimenticabili quelli vissuti al Petruzzelli, compreso l’incantevole e apprezzatissimo omaggio finale a Strauss, che solo un grande maestro come Muti sarebbe stato capace di far percepire efficacemente perfino ad un qualsiasi spettatore ignaro, capitato lì per caso, rendendolo incapace di sottrarsi alla potenza della bellezza che solo la musica è capace di evocare.

Rossella Cea


Pubblicato il 15 Maggio 2024

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