Cultura e Spettacoli

L’inferno dei braccianti ‘scottò’ Fiore

Ricorre oggi il 142° anniversario della nascita del più grande meridionalista di Puglia

Un cafone del foggiano, dopo morto, si incammina verso il Paradiso nella certezza di meritarvi un posto dopo una vita consumata a lavorare come una bestia tra rinunce e bocconi amarissimi. Ma bussa-bussa, con sua grande sorpresa constata che le porte del Paradiso restano serrate. Deluso, il poveraccio ripiega sul Purgatorio. Almeno lì… Macché. I guardiani del Purgatorio si rivelano altrettanto ostinati di quelli dei piani alti. Non restandogli che l’Inferno, deluso, il cafone si reca lì, dove non esiste bisogno di bussare essendo le porte spalancate in permanenza. La visione del luogo di dannazione non spaventa il nostro peccatore il quale, anzi, manifesta sollievo e si adatta senza difficoltà ai tormenti che gli vengono inflitti. L’insolito atteggiamento non sfugge ai demoni che, perplessi, prospettano il ‘caso’ al loro Principe. Lucifero allora convoca il cafone cui chiede se risponde a verità che egli si trovi all’Inferno meglio che in Terra. Nel sentirsi rispondere di sì, domanda donde venga il peccatore. E il cafone si mette a raccontargli della riarsa piana pugliese, del lavoro stremante con la vanga sotto la sferza del caldo e delle mosche e della paga ridotta a un pezzo di pane e la protervia dei padroni, gli abusi, le umiliazioni… Il Tavoliere peggiore dell’Inferno? Lucifero stenta a crederlo. Chiama allora un demone e gli comanda di volare nel Tavoliere, di assumere sembianze umane, farsi ingaggiare come manovale e, dopo, tornare a riferire. Il diavolo obbedisce e spicca il volo. Torna dopo appena due giorni, irriconoscibile. Bruciato dal sole, coperto di piaghe, smagrito, malfermo. Ebbene?… Il Principe è due volte curioso. Ebbene, il ‘povero’ diavolo è scappato senza nemmeno intascare il guadagno! Quel posto, quel lavoro, quella paga infamante, quella gentaglia dei ‘signori’… impossibile restare. Il cafone ha ragione, l’Inferno non è qui bensì in Capitanata. Al che Lucifero convoca tutti e demoni e annuncia che bisogna fare il bagaglio e trasferirsi immediatamente nel Mezzogiorno d’Italia. Come ha detto il cafone che si chiama quel posto, Tavoliere delle Puglie?… E’ questa la storia de ‘Il cafone all’inferno’, che viene attribuita a Tommaso Fiore. Ma il grande meridionalista pugliese (Altamura, 7 marzo 1884 – Bari, 4 giugno 1973), non scrisse mai questo racconto. Il titolo di questo racconto, semmai, corrisponde all’opera più nota del grande intellettuale altamurano, ‘Il cafone all’inferno’, appunto, edita da Einaudi nel 1955 ; il saggio esamina il fallimento della riforma agraria e il degrado del proletariato a Foggia e Taranto. Allora, chi ha scritto questa sapida storiella del povero bracciante? Raffaele Mascolo, sindaco di Sannicandro Garganico negli anni cinquanta, conservava un manoscritto redatto da suo padre, Giovanni Mascolo, un bracciante. Il manoscritto altro non era che un racconto delle condizioni di lavoro nelle masserie di quel periodo, e che l’autore stesso aveva intitolato ‘Il cafone all’inferno’. La storia, stando a quanto Fiore riporta nel suo libro, era già diffusa tra i contadini pugliesi e Giovanni Mascolo non fece altro che metterla su carta, forse aggiungendovi qualcosa. – Nell’immagine, ‘Contadini al lavoro’, pittura ad olio su tela realizzata da Renato Guttuso nel 1951 e conservata nel Bragno Museum di Bragno (Savona).

Italo Interesse


Pubblicato il 7 Marzo 2026

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