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Lo ‘scatto’ e lo Zen di Giusepe Pavone

Non sono ancora passati i giorni della foto ruffiana, incline alle lusinghe “dell’umanesimo, del tragico, del surreale, del lambiccamento”. In compenso si va facendo strada un modo ‘altro’ di guardare a ciò che ci circonda e che sposta l’attenzione altrove, quindi anche verso il ‘non visto’, ovvero ciò che dato per scontato smette d’essere oggetto di curiosità. Una frettolosa assuefazione alle cose, parto di una tendenza onnivora al ‘consumo’, spiega – senza giustificarla – questa superficialità. Un pendolare, per esempio, tende a posare lo sguardo ‘senza guardare’  sul panorama che scorre oltre i finestrini del mezzo che lo trasporta, al massimo gettando occhiate pigre e gonfie d’abitudine alle cose più appariscenti, avendo smarrito con la curiosità il destro di scoprire e meravigliarsi. Giuseppe Pavone, affermato fotografo di casa nostra (è nato a Triggiano), prova a muoversi in direzione contraria all’over dose da assuefazione. “Un racconto dei luoghi” (Favia, 2012), suo ultimo album fotografico, fa, prima della SS 407 Basentana che attraversa la Lucania da Metaponto a Potenza, poi della litoranea che collega San Giorgio a Torre a Mare l’occasione per riprendersi quanto fretta  o distrazione scippano. Il Bar-Alimentari di una stazioncina, un’area di sosta al tramonto, il desolante giardino di un hotel e sterpaglie al bivio di una zona industriale in abbandono che possono avere di speciale? Hanno che esistono e nel loro essere racchiudono la stessa sensazione d’Infinito che ‘cercati’ scorci paesaggistici invece ostentano. Forse anche per questo l’Autore opta per una qualità d’immagine affatto squillante. Qui i colori sanno di acquerello, i contrasti non conoscono asprezza ; insomma, lo scatto non è ‘furbo’. Può apparire comune. Così non è. ‘Un racconto dei luoghi’ scorre come una sorta di lezione Zen. Attraverso l’apparentemente banale, l’attenzione viene sollecitata verso il lato nascosto dell’apparente. Ciò è ancora più evidente nella seconda parte del libro. Sulla Strada detta della Marina la costa, pur ricca di spunti di notevole bellezza, si manifesta piuttosto degradata. Degrado in cui spiccano chioschi, sciale, rimesse e altri fabbricati sorti disordinatamente, in assenza di un piano urbanistico. Anche su queste costruzioni, provocatoriamente, Pavone mette a fuoco il suo obiettivo ricavando immagini rarefatte, avvolte da un silenzio ‘chiassoso’. Emblematica di questa filosofia dello sguardo, la penultima immagine : Un giovanissimo fico a ridosso della striscia d’asfalto che serpeggia seguendo la scogliera viene qui ritratto con l’obiettivo posto quasi all’altezza del piano stradale. L’immagine si mstra così divisa in strisce cromatiche : Il grigio bruno della strada, l’azzurro spento del mare,  il non-celeste del cielo. Null’altro se non questa solitaria protuberanza vegetale che, paga di esistere, sta lì non pretendendo alcunché. Un piccolo, innocente fico che puoi immaginare sereno anche mentre essicca, calpestato da uno pneumatico o fatto fuori da un decespugliatore. Sai quanto gliene importa dello Zen a un automobilista, a un operaio distratto.

 

Italo Interesse

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