Cronaca

Lo stato del lavoro in Puglia lascia molto preoccupata la Cgil

A colloquio con la segretaria Generale, Gigia Bucci

Lo stato del lavoro in Puglia lascia molto preoccupata la Cgil. Lo si ricava da questa intervista che ci ha rilasciato la segretaria Generale della Puglia Cgil, Gigia Bucci

Qual è lo stato del lavoro in Puglia?

“Vorremmo poter dire bene ma mentiremmo. Bassi salari e diffuso precariato caratterizzano il mercato del lavoro nella nostra regione. Il 95% dei rapporti di lavoro attivati sono precari e prevalgono settori a basso valore aggiunto, in primis agricoltura e terziario, caratterizzati anche da una forte intermittenza e stagionalità che trascina ancor più verso il basso i salari. È un quadro che presenta differenze territoriali nella regione, ma che complessivamente possiamo definire molto critico”.

Siete preoccupati come sindacato?

“Molto preoccupati. Siamo tornati a una condizione forse vissuta solo nel dopo guerra, a causa di scelte di politica economica e salariale che hanno attraversato tutti gli ultimi trent’anni, per cui oggi si è poveri anche lavorando. Non ci meravigliano poi i dati sulla povertà in Puglia, con il 23% delle persone che vive in condizione di povertà relativa. È grave che i più colpiti siano i giovani, che scappano da una terra dove le uniche opportunità sono precarie e con salari non dignitosi. I dati sull’emigrazione sono allarmanti. Senza redditi adeguati si soffoca il consumo interno, si alimenta una spirale di crisi complessiva. Vale per la Puglia e per tutto il Paese”.

I dati indicano un aumento di occupati ma sono attendibili.

“I dati vanno analizzati, letti con una lente qualitativa e non solo quantitativa. Ad esempio il dato relativo alla permanenza più o meno lunga non è indifferente rispetto al reddito che quel posto di lavoro determina. Se guardiamo alla Puglia, l’analisi dei rapporti di lavoro cessati ci dice che un terzo di essi non supera le 30 giornate. Un’altra buona parte non supera i tre mesi. Torno a quanto detto all’inizio: settori caratterizzati da forte precarietà e intermittenza generano salari nemmeno di sussistenza. È questo il lavoro che immaginiamo per i nostri giovani, per questi territori. E poi c’è un altro elemento che segnalano gli analisti: la crescita degli occupati “anziani”, determinata dalla Legge Fornero, che trattiene più a lungo le persone sul lavoro. Dei 520mila occupati in più registrati in Italia tra novembre 2022 e novembre 2023, oltre il 90 per cento sono over 50”.

Che fare per rilanciare l’occupazione?

“Non c’è una sola ricetta, di certo servono risorse. Per accompagnare soprattutto al Sud la crescita del sistema produttivo in termini di innovazione e di qualità di prodotto e di processo, per intercettare catene globali del valore. Per difendere quell’industria che c’è e deve affrontare il tema delle transizioni energetiche e ambientali. Vanno promossi programmi di formazione per riconvertire professionalmente chi è all’interno di processi obsoleti e renderlo ricollocabile. Vanno migliorate le condizioni di contesto per attrarre nuovi investimenti, penso al sistema infrastrutturale e dei servizi collegati. Anche il miglioramento della Pubblica Amministrazione è un elemento che favorisce lo sviluppo e l’occupazione, diretta e indiretta”.

Come giudica la politica governativa.

“A me sembra che delle cose indicate prima non ve ne sia una al centro dell’azione politica del Governo delle destre. Zero politiche industriali, anzi la svendita di assets fondamentali per il Paese e penso a Tim e allo spacchettamento della rete. Il Mezzogiorno quando c’è è per fare cassa, con le risorse sottratte, dal fondo perequativo a quelle del Pnrr. Sul lavoro siamo alla vera e propria azione antisociale: si liberalizzano i contratti a termine, si reintroducono i voucher che sono la frontiera più avanzate di lavoro povero e precario, per di più strumento preferito per coprire nero e grigio e quindi elusione ed evasione. Ora si mette mano anche alle somministrazioni. È un’idea svilente ma soprattutto suicida del valore sociale del lavoro. Se non si sostengono i redditi, da lavoro e da pensione, ci avvitiamo in una crisi senza uscita. E che fa il Governo ad esempio sul piano delle politiche fiscali? Favorisce gli evasori e ridisegna gli scaglioni a vantaggio dei ricchi”.

L’autonomia differenziata vi convince o no?

“A completare il quadro disastroso dell’azione governativa e la visione classista delle destre c’è il disegno di legge sull’autonomia differenziata. L’Europa post pandemia sviluppa il più grande piano di aiuti ai Paese sotto l’egida che vanno colmati i divari sociali e territoriali, e il Governo lavora al contrario. Si accanisce sui poveri, arretra su strumenti di sostegno al reddito e servizi pubblici, immagina un sistema duale di divisione del Paese dove i ricchi possono fare da se, mentre al Sud si commissariano competenze e risorse. I casi del Fondo Sviluppo e Coesione così come delle Zes è emblematico. Federalisti al Nord, statalisti al Sud, il distillato dell’ipocrisia della politica del Governo mossa solo dalla ricerca di equilibri politici. L’autonomia differenziata è un problema che riguarda il Mezzogiorno quanto il resto del Paese, è una misura che mette in contrapposizione il pubblico con il privato. Non c’è visione del Paese, c’è un’idea gerarchica della società, ma questa è la strada per il baratro. Noi siamo in campo contro questa deriva, e dopo gli scioperi di dicembre continueremo nella nostra mobilitano anche per il 2024. A difesa dell’unità del Paese, della Costituzione, del valore del lavoro”

Bruno Volpe


Pubblicato il 26 Gennaio 2024

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