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“L’oggetto dell’abbandono”, una mostra fotografica che riflette sul recupero del passato

“Che ci faccio qui mi domandi, e io ancora resto muto, come una valigia vuota derubata della ragione intima di un viaggio muto, e con lo sguardo perso a cercare di ricordare dove sia finita la metà di me stesso”, recitano i versi di Angela Angelastro, a commentare le fotografie di tre artisti pionieri di luoghi abbandonati, immagini intrise di vibranti suggestioni, che lasciano lo spettatore sospeso in una riflessione sensoriale tra passato, presente e futuro. Stiamo parlando della mostra di fotografia e poesia “L’oggetto dell’abbandono”, curata dal collettivo fotografico Obiettivo Uno e dalla psicoterapeuta, narratrice e poeta Angela Angelastro, inaugurata martedì 4 ottobre a Bari Vecchia, presso la Ciclatera. Che ha riscosso un enorme successo di pubblico. La Angelastro, che non ha mai nascosto la sua storica passione per le storie, quelle dei luoghi, delle persone che li attraversano e degli oggetti che li abitano, trova che questi, in particolare, abbiano la capacità di creare e raccontare i legami: “Quando ho guardato alcune tra le foto più rappresentative di questi artisti, mi sono sentita trascinare dentro quelle scene e la mia immaginazione ha preso a muoversi spontaneamente. Nelle foto di Valeria, Mimmo e Antonio di Obiettivo Uno, ho visto le storie accadere, animate dalla voce di oggetti, che sono diventati protagonisti involontari sia dell’andare in rovina che del nostro modo di riportarli al presente. Io ho scelto di isolare frammenti di quelle storie e di raccontarli in versi liberi, facendo da contrappunto all’atmosfera irripetibile delle fotografie dei miei compagni di viaggio. Tutto ciò è legato anche alla mia professione, sono psicoterapeuta e lavoro con il passato delle persone, che inevitabilmente ha a che fare con il loro presente. Le parole sono una sorta di macchina del tempo, che permette di fare quel viaggio nel passato in grado di curare alcune ferite che ci portiamo dentro. Recuperare il passato è quindi molto importante, poiché attraverso questo processo comprendiamo da dove veniamo e possiamo utilizzare le nostre risorse verso il futuro.” Un’impronta decisa caratterizzata da sfumature romantiche e nostalgiche è quella di Valeria Genco, giovane fotografa del gruppo. “ Mi affascina recuperare il senso di luoghi e oggetti abbandonati che un tempo sono stati vissuti e che sono fioriera di molteplici sensi: tutto ciò mi fa immaginare ciò  che è stato, aggiungendo ulteriore  senso con la mia immaginazione. Oggi come oggi stiamo perdendo il valore di questo mezzo importante che ci permette di creare non solo il nostro presente, ma anche il nostro futuro. Credo sia più importante riportare alla luce le ombre dal passato, piuttosto che le luci, poiché attraverso di esse abbiamo modo di riflettere in modo più profondo.” Mimmo De Leonibus, invece, ci parla della particolare tecnica utilizzata nella sua fotografia, della volontà di assumere con l’obiettivo la stessa prospettiva e punto di vista di chi ha abitato quei luoghi abbandonati, che ci permette di comprenderne la particolare emozione, vissuta in quel momento:” Quando visito un luogo abbandonato mi immedesimo in quello che gli abitanti di quel luogo hanno vissuto, e questo influenza anche la prospettiva delle mie foto, l’utilizzo della luce, i colori, che devono conferire vita nuova al ricordo, a dispetto di un classico bianco e nero. Ricordo di aver visitato luoghi disabitati in cui la piccola comunità rimasta ad abitarli era profondamente attaccata a quei posti ormai stravolti. Ricordo di una signora che addirittura aveva comprato una bara da tenere in casa. Il fascino del recupero è proprio quello di sentire profondamente, attraverso gli oggetti, quelle emozioni, e farci riflettere sulla nostra vita e sul nostro futuro.” Antonio Nitti, infine, è il veterano del gruppo. Si dedica alla fotografia ambientale da diversi anni, e in questa particolare occasione espone, tra le altre, fotografie di un ospedale abbandonato, in cui la coesistenza con resti di una chiesa, evoca la suggestione del sacro e la riflessione sulla morte:” Mi sono introdotto furtivamente in questi luoghi attratto dalle impressioni  particolari che evocavano, un ospedale sicuramente ne ha viste di storie di sofferenza e di morte. L’immagine e il senso di Dio sicuramente erano fortemente sentiti in questi luoghi, che sono pregni di questa energia. Recuperare il passato è fondamentale se si vuole evitare di ripetere gli stessi errori, cambiando il futuro in meglio.” La mostra sarà visitabile fino al 31 ottobre.

Rossella Cea

 

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